et soudain inattendue pendant que j’allais avec le troupeau l’étoile a coupé la bâche du ciel l’a déchirée et dit rien rien ne sera plus comme avant

[Hoc pŏsito]

contattami

Si entra nei blog come in certe domeniche di ottobre, di pomeriggio, nei cimiteri. Vaste cappelle di famiglia presidiate dallo stesso defunto più organizzato che ha fatto finta di arrendersi alla morte per osservare le lacrime dei visitatori. Trae gioia dal fiore lasciato, dalle velette delle/degli amanti che celano lacrime calde e odorose simile a mosto. In vena di taumaturgie lieto accoglie un ex voto trepido di gratitudine... di sè accumula visioni quasi putre-fascenti, astratte, come se chiedesse alla morte di restituire ciò che la vita non gli diede. Perdura un odore di garofano, e lauro, ambedue musica di silenzio, nel ghiaino smosso dai tacchi dei partenti. Vuole abitare la nostra memoria, allietare la nostra ora del the, accarezzare i nostri capelli, levare la sabbia fine delle dune dove passeggiammo all'ora del tramonto dalle nostre scarpe inglesi fatte nelle Marche. Ma spesso il visitatore della chambre verte arriva con il suo vissuto, l'odore del sugo sbrodolato, lo stantipo della vestaglia della moglie o del marito, l'acre vomito dei bambini. Il finto morto finge un sorriso, ma dentro di sè disapprova, specie quando l'astratto pena a scivolare nel tempo dei nani. Quello che conta, come sempre, è la visione del mondo e la propria acuta indifferenza al virtuale. Se non hai desiderio del suo odore rimani esterno, non penetri. Squagli.

Balayage du métronome

*loading*

martedì, 02 giugno 2009
les brouillards d'antan (a E.)

Stamani tu dormivi ancora quando mi sono svegliato. A poco a poco uscendo dal sonno ho sentito il tuo respiro leggero e attraverso i capelli che ti nascondevano il viso ho visto i tuoi occhi chiusi e ho sentito che la commozione mi saliva alla gola e avevo voglia di gridare e svegliarti perché la tua stanchezza era troppo profonda e mortale. Nella penombra la pelle delle tue braccia e della tua gola era viva e io la sentivo tiepida e asciutta; volevo passarvi sopra le labbra ma il pensiero di poter turbare il tuo sonno e di averti ancora sveglia fra le mie braccia mi tratteneva. Preferivo averti così come una cosa che nessuno poteva togliermi, nemmeno tu. Ero il solo a possedere una tua immagine per sempre. Oltre il tuo volto vedevo qualcosa di più puro e profondo in cui specchiarmi, vedevo te in una dimensione che comprendeva tutto il mio tempo da vivere, tutti i miei anni futuri e anche quelli che ho vissuto prima di conoscerti ma già preparato ad incontrarti. Questo era il piccolo miracolo di un risveglio: sentire per la prima volta che mi appartenevi non solo in quel momento e che la notte si prolungava per sempre accanto a te nel caldo del tuo sangue, dei tuoi pensieri, della tua volontà che si confondeva con la mia. E in un attimo ho capito quanto ti amavo ed è stata una sensazione così intensa che ne ho avuto gli occhi pieni di lacrime. Era perchè pensavo che questo non dovrebbe mai finire, che tutta la nostra vita dovrebbe essere come il risveglio di stamane, sentirti non mia ma addirittura una parte di me, una cosa che respira con me, e che niente potrà distruggere se non la torpida indifferenza che sento come l’unica minaccia. e poi ti sei svegliata e sorridendo ancora nel sonno mi hai baciato e ho sentito che non dovevo temere che noi saremo sempre in quel momenti uniti da qualcosa che è più forte del tempo e dell’abitudine…notte T. Blanchard: Double Happiness, from soundtrack 25th hour (per il mio amico Mario P.)

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giovedì, 12 febbraio 2009
necrologio

Se io potessi vivere un'altra volta la mia vita

nella prossima cercherei di fare più errori

non cercherei di essere tanto perfetto,

mi negherei di più,

sarei meno serio di quanto sono stato,

difatti prenderei pochissime cose sul serio.

Sarei meno igienico,

correrei più rischi,

farei più viaggi,

guarderei più tramonti,

salirei più montagne,

nuoterei più fiumi,

andrei in posti dove mai sono andato,

mangerei più gelati e meno fave,

avrei più problemi reali e meno immaginari.

Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente

e precisamente ogni minuto della sua vita;

certo che ho avuto momenti di gioia

ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.

Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,

solo di momenti, non ti perdere l'oggi.

Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,

una borsa d'acqua calda, un ombrello e un paracadute;

se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all'inizio della primavera

e continuerei così fino alla fine dell'autunno.

Farei più giri nella carrozzella,

guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,

se avessi un'altra volta la vita davanti.

Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo


J.L.BORGESIMG_3157 Bruce Springsteen, Thunder Road

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sabato, 31 gennaio 2009
tutto l'universo ubbidisce all'amore

Non ci sono scorciatoie, nell’amore e nella vita… e questo dolore deve essere provato tutto. L’alternativa è di gran lunga peggiore. È ciò che ci rende speciali, ciò che ci rende belli, che ci rende meritevoli. È il dolore di quanto amiamo. Ma quel dolore è accompagnato da qualcos’altro, non è vero? Speranza. Con il tuo dolore c’è speranza. Ed è lì che tu ti trovi. Da qualche parte tra l’angoscia l’ottimismo e la preghiera. Dunque tu sei umana, tu sei viva. E questo è ciò che abbiamo.



Battiato, Tutto l'universo ubbidisce all'amore





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martedì, 27 gennaio 2009
ventisette gennaio

5a Bach: Aus Liebe Will Mein Heiland Sternbern, Matthaus Passion, B.PH., Abbado

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sabato, 24 gennaio 2009
sans droit ni loi

In itaglia la religione non è mai stata un fatto personale ma una questione politica. È uno dei molti motivi che ci fa obbligo e dovere odiare il nostro paese. Purtroppo lo stato ha da tempo abdicato (quale nostalgia per cavour e la cacciata delle tiare dal quirinale!) al suo ruolo di custode e garante della laicità che afferma che ogni cittadino deve obbedire alle leggi indipendentemente da quali siano le sue convinzioni religiose. Lo stato laico dovrebbe quindi garantire che non esiste una sola verità, e tanto più che la verità non viene propriamente da d-o, o che i soli interpreti di questa verità sono i preti. La cosa che più mi rattrista nella vicenda di Eluana Englaro è la pervicace cattiveria e l’ipocrisia con la quale un fallimento storico e filosofico chiede di essere trasformato in una vittoria. Il fallimento è quello dell’impossibilità di risvegliare eluana dal coma così come con convinzione si narra fece gesù di nazareth con morti e ammalati in palestina duemila anni fa. L’accanimento con il quale non si vuole abbandonare il povero corpo di Eluana al suo destino fisiologico è ciò che resta della speranza tutta ideologica in una impossibile parusia. È la non accettazione quasi criminale della realtà delle cose. Ma crediamo veramente ad esempio che se un papa si fosse trovato in questa situazione qualcuno non avrebbe pietosamente staccato il sondino? È tollerabile per una famiglia, per una comunità, sapere che c’è il corpo di una donna che chiede solo di essere per un ultimo istante persona, e avere la dignità del finire, cui viene negato, in spregio ad una sentenza di un organo supremo dello stato, di spegnersi in pace per soddisfare un postulato ideato da uomini che vivono con una tonaca addosso? 


 a andrei tarkovsky mirror dvd review zerkalo9KP_1.30.02[6] streets of philadelphia, bruce springsteen

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domenica, 28 dicembre 2008
no man's land

Pinter è morto il giorno di natale. Era un uomo ricco di fascino e d’intelligenza. Non perché un abbietto personaggio di No man’s land fa di cognome Wetherby, o perché il cricket sfila nelle sue evocate immagini in una terra che è sempre passato, un altrove. Noi siamo sempre in terra d’esilio. Mi viene in mente, e quasi nessuno, lui per primo, lo dice, che Pinter veniva da una modesta famiglia ebraica di Hackney. Un esilio. Senza voler essere a tutti i costi sionisti. Ma i suoi lavori, tesi come una corda fra l’assurdo e la minaccia, evocano l’esilio, e il dolore, che solo la smisurata intelligenza dell’autore riesce a rendere sopportabile. Non cerca come Mc Ewan nessuna giusta ricompensa per i suoi personaggi, rimane con ostinazione chirurgica sul tessuto della parola, e sui suoi molteplici e ambigui significati: ognuno di noi recita da primattore una parte da comprimario. Il nostro linguaggio, dice Pinter, ci maschera, maschera la nostra nudità, e sempre, e persino quando regna il silenzio, allude all’altro linguaggio, quello vero, quello che abbiamo scelto per escluderci, e che mai diremmo, forse nemmeno al nostro vero analista, la morte, che con esso coincide. Ma questo è stato in ogni modo sviscerato dai critici, ed è valso a Pinter il premio Nobel. Una sua famosa piece diventata anche un film, Tradimenti, procede con un canone inverso: così noi compendiamo quale sia la differenza fra ciò che viene ricordato e ciò che è realmente accaduto in quel prima. L’ossessione per il passato come terra straniera in cui tutto è accaduto in modo diverso è il tema di molte sceneggiature e di quell’ultima che avrebbe potuto forse diventare un immenso film con Losey: La Recherche. Purtroppo Losey ci lasciò anzitempo. Il suo sodalizio con il più europeo dei cineasti americani ci ha dato comunque il privilegio di tre capolavori: Il Servo, L’Incidente, e Messaggero d’amore. Senza nulla voler togliere a Losey sono tre film sulla parola e sul silenzio. Concetti molto bergmaniani, e dreyeriani mi verrebbe da dire. Ma mentre i due registi citati affrontano frontalmente temi e discorsi per una sorta di vocazione alla chiarezza del proprio interiore, Pinter ne fa dei monumenti alla assurda chiarezza dell’ambiguità e di un’impossibile nostalgia per il vero paese da cui cioranianamente noi veniamo: il nulla. Tranne per il cricket.

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Bach, Chorale Prelude BWV 639 Ich ruf zu dir, esegue Yo Yo Ma

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mercoledì, 05 novembre 2008
The Times They Are A-Changin

reuters143095340511080915_big by Brian Ferry

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giovedì, 30 ottobre 2008
un nano a piazza navona

D’estate il governo del nano di arcore è appena appena sopportabile; ma in autunno, con la pioggia, e le foglie che marciscono nelle strade, con le città bloccate dall’idea del maltempo (in itaglia basta solo un vento di scirocco per fermare tutto) è insopportabile. Insopportabile. Mortale. A volte in politica sono rancoroso e sprezzante ma non c’è l’ho con il nano, prego solo (un breve shemà nell’ardua lingua delle madri) ogni giorno che muoia, e basta; cellò con quelli che hanno prima permesso al nano di pareggiare le elezioni; poi che hanno fatto la guerriglia a prodi ogni giorno, che lo hanno ricattato, e poi fatto cadere. I vari bertinotti diliberto pecoraro mastella e compagnia cantando che portano, essi soli, la responsabilità di ciò che avviene. Ieri a piazza navona sto governo ha mostrato veramente di essere formato da stupidi, e da cinici. E come molti sanno il cinismo e la stupidità messi insieme sono la più deleteria miscela per l’animo umano. Nonostante tutti gli appelli e gli ammiccamenti che vanamente le vengono dai democratici la polizia e i carabinieri rimangono al servizio del governo di destra; è andato in scena a piazza navona con grande successo il vecchio copione dei disordini di piazza per scardinare l’immagine pacifica degli studenti; e dopo piazza navona ieri a matrix ho visto mentana dare il meglio di sé nel suo modo raffinato di fare il servitore senza sembrarlo: il peggiore, perché la gente sprovveduta mica sa chi ha davanti (ho amato vespa che invece parlava del solito delitto). Mica immagina, troppo arduo, troppo inquietante, leggente, che se uno è stipendiato, in itaglia, difficilmente farà le pulci al padrone… ad un certo punto si iniziò a dire che avere le tv non è decisivo nell’agone politico. Quelle stesse tv (incroyable!) organizzarono dibattiti su questo tema e sancirono ufficialmente che avere le tv non ha fatto vincere il nano trapiantato. Che a votare lo psiconano fu la gente perché il detto nano sapeva parlare schietto e semplice. Soprattutto in modo sincero. Se uno dice che le tv sono il motore del nano bagonghi di arcore viene appeso per le palle, o messo alla gogna.  Ma è del tutto evidente, senza essere dei semiologi, che le tv non solo fanno vincere, ma sono decisive nel restare al potere, così com’è stato il criminano per quindici lunghi anni.19082007149-compresso ocean of noise, The arcade fire

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giovedì, 16 ottobre 2008
la razzia - 16 ottobre '43 - Idi i Smotri

n626414286_821437_2758 Les Baricades Misterieuses, Couperin, Hewitt

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giovedì, 09 ottobre 2008
L'uovo del serpente

Bush figlio fu da giovane uno scavezzacollo e anche la pecora nera della famiglia. Si possono immaginare, in questo contesto, le liti furibonde con il padre che non si capacitava di avere messo al mondo un deficiente simile (che visto il padre è tutto dire). La paura del fallimento esistenziale che avrebbe significato diventare un reietto lo salvò, ma condannò tutti noi; era meglio che finisse alcolizzato e dimenticato. Smise di bere e una smisurata ambizione si fece strada fra gli stentati neuroni, umiliati da papà. Mister W. quindi si convertì e grazie ai suoi soldi e al prestigio familiare divenne governatore del Texas. Bush padre non riusciva però a perdere la diffidenza nei suoi confronti al punto di non riuscire a guardarlo negli occhi. Probabilmente lo disprezzava. O lo temeva. Ne temeva il lato borderline che avrebbe portato male alla famiglia. Invece in virtù del fatto che Bush padre era diventato presidente alcune persone del suo entourage provarono a scommettere su questo ragazzo che sembrava loro abbastanza manipolabile. Gli dissero che sarebbe diventato più bravo e famoso di suo padre,  che era l'unica cosa che gli poteva veramente interessare. I due erano il gatto e la volpe, Cheney e Rumsfeld che solleticarono la vanità di W. facendogli credere che per essere più importante del genitore doveva essere a capo di un impero che dominasse il mondo. I danni che questi tre hanno provocato sono irreparabili. Tuttavia a differenza di Nixon che aveva una sua statura tragica perché aveva cognizione dei suoi errori, e ne era tormentato,  Bush il giovane rimane inesorabilmente un bullo idiota con il pollice sul pulsante rosso. Una specie di stranamore a cavallo della bomba. Suo padre lo disprezza ancora, lo si vede chiaramente quando i due, anche se di rado, si ritrovano affiancati. L’endiadi massima di questo clown aggressivo, un clown bianco direbbe Fellini, avviene quando, mentre sta parlando a dei bambini in una scuola, viene avvertito in diretta dell’attacco delle Twin Towers. È un pezzo di comicità irresistibile. Purtroppo. Questi tipi di uomini, pur non avendo nessuna dote intellettuale od etica, attraggono gli elettori che ne vengono affascinati, o meglio, ipnotizzati. La Palin è uguale a mister W.. Un'esaltata pericolosa degna di stare in Fargo. D-o non voglia che vinca. Anzi purchè non vinca farò un patto con il Signore.30122007118 Californication, Red Hot Chili Pepper

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giovedì, 18 settembre 2008
l'itaglia non c'è più

uso queste parole di Carlo De Benedetti per esorcizzare il premio dato da Karen Yashod a B.







Recentemente sono stato in America e per la prima volta da molti anni nessuno mi ha chiesto nulla del nostro paese. Con la sola eccezione del nostro passato se arrivasse uno tsunami nessuno si accorgerebbe che non c'è più l'Italia.            





vivaldi,allegro dal concerto in sol minore per 2 violoncelli, archi e continuo





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lunedì, 08 settembre 2008
D., in settembre

Così invece della rapina legalizzata guidata dal Satrapo ai nostri danni grazie alla Cai (Compagnia Aerea Italiana, sic!); degli esami d’avvocato della Gelmini fatti in Calabria “io sono esclusivamente per il merito!”, (pour Le Merit, come la massima onorificenza bellica tedesca); della coppa Volpi data ad Orlando a Venezia (4 mediocri film italiani in concorso e nessuno al traguardo se non l’attore della sfiga, per la ragion di Stato); noi si ricorderà invece le lente giornate nell’incantevole Bath dove re Giorgio amava fare i bagni e Jane Austen la scrittrice del riserbo e del non detto aveva scelto a cornice dei suoi libri più belli; il the preso alla pump rooms dello stabilimento termale, sfogliando un libro del caro Somerset, in questo caso Schiavo d’amore, cullati dalla musica di Bach (fuga di sant’Anna in mi bemolle maggiore) o di Purcell; le passeggiate in Park on Avon, e le ore d’ozio pensando che era un buon posto per vivere in un giorno in cui l’idea di morire non sarebbe affatto stata disdicevole. Un anno o l’altro invece di fare il giro dei musei o il pellegrinaggio bachiano in Turingia fino a Lubecca passando per Lipsia si farà il gran tour delle cittadine termali europee. Si fingerà di non dover lavorare e nemmeno di dover rientrare in Italia immaginando che il nostro mondo si è fermato esattamente al 1963, quando dopo aver battuto Nixon nelle presidenziali finì assassinato a Dallas. Quanto alle isole greche è ormai impossibile pensare di farla franca se persino Astypalea quest’anno era invasa da barche italiane. Per molti mattini, svegliandomi, ho creduto di essere (ma solo per qualche istante) invitato a colazione da Ian Fleming in compagnia di Noel Coward; e lì vi avrei trovato Olivia Sturgess e il critico letterario Francis Albany; ancora immerso nel dorato dormiveglia del mio hotel sento ancora la sua voce che mi chiede notizie recenti dei fari degli Stevenson in Scozia. Gli inglesi non hanno ceduto quando i nazisti li hanno sconfitti in Francia. Hanno tenuto duro. E per questo noi siamo qui a raccontarla. Però non se ne sono mai vantati. E hanno, naturalmente, inventato il cricket.

cricket







ian

wenn wir in hoechsten noeten sein, Bach, da Hewitt

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venerdì, 08 agosto 2008
l'origine del mondo

La differenza che corre fra la donna archetipo e la donna stereotipo non è mai piuttosto evidente. Le differenze si individuano attraverso le scelte di gusto che ciascuna fa. Tutte e due possono stare in un salotto per ricchi, sul lettino dell’analista o dietro una scrivania a rispondere al telefono. Possono anche stare davanti ad un quadro di Rembrandt ma senza realmente capire l’altro luogo da cui provengono. Possono essere innocenti, orfane, martiri (le peggiori, quelle che recano cristologicamente su di sé il peso del mondo e degli errori che guarda caso fan sempre gli altri); ma anche viaggiatrici, guerriere, maghe. La donna archetipo è irrisolta, quella stereotipata crede di essere compiuta mangiandoo della tartare di tonno, e comunque ci spera. Le donne archetipiche non hanno mai le tette grandi, bensì i fianchi leggermente larghi, lo sguardo macchiato di nero nel verde, o d’oro nel nero; quelle altre sono ragazze da bar che sognano mattini liberatori, vacanze, e ad un certo punto botulini salvifici. Gli stereotipi attraversano il censo e i mariti in modo democratico. Questi ultimi, i compagni, sono il vero dna della donna semplice e prevedibile. Guardate i mariti e i morosi e saprete chi sono veramente queste donne. Ciò che hanno sperato, e che hanno immaginato. Anche le madri. Le donne stereotipo sono uguali alle madri e alle nonne. Se vi fate invitare a cena avrete davanti la storia della femmina di cui vi siete stupidamente invaghiti. Le donne archetipo sussurrano anche nella vittoria, le altre strillano e poi non perdonano. Leggono libri che credono di capire e dicono sempre che fra la letteratura e la vita c’è una evidente differenza. La donna archetipo invece sa che non   è così, e mai direbbe una simile stupidaggine. Non ha madre, la donna archetipo, a volte solo il padre, quando il padre non ha normalmente desiderato la loro vulva per spartirla con la solitudine della propria morte imminente. Stolide e lignee come noiose madonne di montagna le stereotipate scambiano un po’ d’acume per la decrittazione di sé e del mondo. E la loro forbita dialettica per lucidità. Parlano parlano parlano. L’archetipo è laconico perchè è così profondo che trova di rado un interlocutore. Naturalmente le donne archetipo mi amano, quelle stereotipate no.



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Francoise Hardy, Comment te dire adieu

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sabato, 26 luglio 2008
the prestige

E come cammina. Non fa mai caso all'immagine che di sè proietta e questo le dona grazia e carattere. Metterà le mutandine in bagno ad aciugare? E saranno di cotone o di pizzo? Forse non conoscerà l'incipit della Guida dei perplessi, ma ma cita i dialoghi di Jane Austen e la prosa di Maugham. Ha l'ottusa bellezza della giovinezza, e anche la sua scaltrezza. E per me clinico osservatore del carnevale umano la sua delicatezza di tocco è come l'archetto del signor di Sainte Colombe sulla viola da gamba. Qualunque cosa tu dica è troppo tardi, ha sussurrato. Irresistibile.21072008493 hinach yafah, the idan raichel project

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venerdì, 20 giugno 2008
il divino attore

Un giovane bruttissimo dal volto affilato corre in groppa alla sua moto ripreso in primo piano quasi cercando l’aria in una sorta di esaltazione. In montaggio alternato, ma di notte, dei cavalli lanciati allo spasimo su una pista. Il paragone-metafora non mi è piaciuto perché l’uomo bruttissimo sta andando ad uccidere Salvo Lima. I cavalli invece lottano contro i propri limiti sferzati dal fantino. Ma tant’è, è visivamente efficace, la musica a palla, una perfetta pubblicità per una moto. Nel film di Sorrentino è il cinema a cercare la musica, le musiche, percussive, o in alternativa Faurè su rallenty. Forse sto vedendo un video per Mtv. Macchine da presa che danzano, che piovono dai soffitti barocchi dei palazzi del potere (ma il potere non si percepisce mai), che tagliano le scene, che scelgono a caso i personaggi di un dramma che non c’è; luci chiesastiche da postcaravaggeschi, ombre, fughe di porte e saloni, personaggi marionette fastidiosamente felliniani; ne sono testimonianza le soggettive in grand’angolo, esasperazione delle inquadrature del maestro riminese. Un teatro barocco, e persin visionario se si vuole, in cui la ritualità dovrebbe mostrare, e svelare, l’ineluttabile, il passo cadenzato inesorabile del potere (che ancora una volta non si percepisce). Al delirio immaginativo dovrebbe far da prosa la voce fuori campo del mostro democristiano, o le scritte over screen, che portano il povero spettatore con meno di quarant’anni e magari non italiano, sulla via della comprensione. Una lunga striscia forattiniana tridimensionale assolutamente inefficace, velleitaria che è suprema solo in qualche frangia. Così come non mi era piaciuto l’irritante Todo Modo di Petri, sulla Dc, e su Moro, così mi ha lasciato insoddisfatto l’espressionismo del napoletano Sorrentino che si rifà a Petri. Tanto spreco di talento e di soldi per un documentario su un attore? Sulla bravura funambolica di un regista? Perché questo è alla fine, il Divo. Il divino Servillo. Prevedo molti david. Sorrentino ha molti più amici, che nemici.locandina_ilsole 42, Coldplay

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martedì, 17 giugno 2008
contro di me

La tecnica (e i tecnici) non decifra interamente la semplice complessità attraverso la quale i grandi artisti ci parlano dal luogo dove "ogni cosa dalla memoria è illuminata". Altrimenti la maggior parte di essi non sarebbe quasi morta di fame nè avrebbe trascorso parte della vita a inseguire i committenti per cavar fuori qualche ghinea. Si penetra negli strati magnifici della conoscenza solo ad un certo punto della nostra vita. Questo fatto avviene spesso senza che ce ne rendiamo conto al punto tale che ci troviamo addirittura a combattere contro le nostre intime in-certezze; fino a che non accettiamo il fatto che in noi si è depositata una mano di quella stessa follia di chi l'opera la intraprese un dato giorno della sua esistenza. Aderendo  intimamente all'artista noi ci troveremo in uno stato di separatezza persino dalle persone che abbiamo creduto fin lì di amare. Perchè mentre l'amore per le persone, o per una donna, è connaturato alla nostra biologia; l'amore per la bellezza e per l'arte è un dono che si deve meritare, come la grazia. Quasi sempre ho desiderato, dopo averne goduto più volte, che i musei che custodiscono le opere di Rembrandt, fossero distrutti, o dal fuoco o da altro. E che l'uomo si scordasse come si progetta e si suona un pianoforte. Sempre ho desiderato non rivedere come avevo speso i miei sentimenti. Male.judith All Alright, Sigur Ros

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venerdì, 23 maggio 2008
sodoma e gomorra

Gli manca un respiro per essere un capolavoro, ma finalmente posso parlar bene di un film italiano. I brutti sporchi e cattivi di napoli e dintorni sono solo una parte d'itaglia ma il loro morbo invade tutto il resto. Nessun paese può aspirare alla felicità avendo il ventre a scampia. Nessuna moglie di Lot, allontanandosene avrebbe la tentazione di guardare indietro. Nessun luogo è sicuro per noi, i veri stranieri di questo stolto paese.stoyaeu6 Massive, Live with Me

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martedì, 20 maggio 2008
la sesta meghillot

Questo brevissimo racconto di Kafka potrebbe essere posto come sesta meghillot nel Libro. La collana è dei nostri stupori adolescenziali al collo di ogni Sulamith



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L’imperatore – così si racconta – ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero al letto, sussurrandogli il messaggio all’orecchio; e gli premeva tanto che se l’è fatto ripetere all’orecchio. Con un cenno del capo ha confermato l’esattezza di quel che gli veniva detto. E dinanzi a tutti coloro che assistevano alla sua morte (tutte le pareti che lo impediscono vengono abbattute e sugli scaloni che si levano alti ed ampi son disposti in cerchio i grandi del regno) dinanzi a tutti loro ha congedato il messaggero. Questi s’è messo subito in moto; è un uomo robusto, instancabile; manovrando or con l’uno or con l’altro braccio si fa strada nella folla; se lo si ostacola, accenna al petto su cui è segnato il sole, e procede così più facilmente di chiunque altro. Ma la folla è così enorme; e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all’aperto, come volerebbe! e presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle; e anche se gli riuscisse non si sarebbe a nulla; dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla: c’è ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo e così via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dell’ultima porta – ma questo mai e poi mai potrà avvenire – c’è tutta la città imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tanto meno col messaggio di un morto. 
Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera.

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lunedì, 12 maggio 2008
il minotauro

Cara Sara



Senza titoloIsraele compie sessant’anni. Ho capito non molti anni fa che la mia commozione causata dalla musica dalla letteratura dal cinema dalla pittura insomma da quel misterioso momento che chiamiamo bellezza e verità ruota da sempre attorno all’indicibile ferita inferta al popolo ebraico. Come se a ciascuno di quei sei milioni di soli, traditi, io dovessi per debito e risarcimento affidare la nostalgia di ciò che non avevano più potuto avere. A Babi Yar, così come a Zitomir e in mille altri inferni, loro andarono senza chiedere, incontro al massacro, come innocenti dalla bocca sigillata. I loro carnefici badavano a non inquietarli, a fargli trovare in faccia la fine all’ultimo secondo di vita, improvvisamente, così che, storditi, attraversati dall’orrore dei tanti già sgozzati stesi davanti a loro come un tappeto di carne e lamento, e i figli piccoli avvinti a loro in un moltiplicato tormento, non potessero rivoltarsi. Israele nasce anche da questo. Che non vi potesse essere più uno con un bastone che percuotendoti la schiena ti spinge verso i calanchi di Babi Yar o nelle docce dello ziklon b, nella vertigine di un inferno come mai era stato concepito. Israele è stato ciò che i loro occhi smisero di guardare, il respiro che si fermò, la nudità impudica che furono costretti a esibire davanti ai carnefici. Israele è anche Balthazar il cavallo balcanico che salvai dal macello. Israele è tutti noi commossi, per la bellezza, e la verità. Israele è una piccola magen dawìdh dorata che brilla sul tuo lobo goy.



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definition, philip glass

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martedì, 29 aprile 2008
nessun luogo è sicuro

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cara silvia, consiglio lo studio dell'alfabeto ebraico per contrastare la desolazione; e prepararsi alla lettura integrale di shirhashirim nelle cui pieghe si indugierà, con calma, come assaporando il vino vecchio, l'olio nuovo, i porti, l'occhio di un cavallo, l'essere nella perfetta solitudine di una fuga a tre voci... invece fare attenzione a osea e a gomèr, la puttana, a non cadere nella trappola della lamentazione anche a partire da un bel paio di tette; essere virili nell'afflizione, non dare nessuna soddisfazione al nostro avversario.



bach, preludio della suite n.1 per violoncello solo; esegue Yo Yo Ma

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venerdì, 25 aprile 2008
malinconica pesach di liberazione

ansa_10248239_23330200px-Jewish_Brigade_insigniaLa brigata ebraica composta di 5000 volontari ha combattuto in Emilia Romagna a sostegno delle formazioni partigiane e partecipando alla liberazione di molte città di quella regione. Era formata da ebrei provenienti dalla Palestina, e da tutto il resto del mondo.

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Gould esegue la variazione 30, quodlibet, delle Goldberg (1981)

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mercoledì, 26 marzo 2008
david

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Una sera qualcuno mi trascinò a vedere caos calmo. Non gli ho ancora rivolto la parola da allora. Ora leggo che questo film brutto e inutile, così come il romanzo da cui è tratto, è candidato a 18 nominations per i david di donatello, il maggior premio (sic!) del il cinema italiano (sic!). Sorprende? No. Il prossimo anno toccherà a Sorrentino con il suo film su Andreotti. Una mia amica ha letto la sceneggiatura e mi ha detto che è molto bella. Però è la stessa che mi portato a vedere caos calmo.



Ho scaricato una nuova serie tv che si chiama in treatment. Il format è israeliano, BeTipul (Haaretz: “la più importante serie drammatica mai fatta da Israele, prova che il minimalismo in televisione può generare la massima qualità”; Maariv: “la cosa più simile alla letteratura che si può trovare in tv”; Yedioth Ahronoth: “i più sublimi e fini dialoghi mai visti sugli schermi israeliani”). Sono 45 episodi ognuno di venticinque minuti ed è molto semplice: uno psicanalista interpretato dal sulfureo Gabriel Byrne incontra dei pazienti. I pazienti sono quattro, ogni puntata ne incontra uno diverso; più una supervisor che incontra lui stesso. La storia procede così fino all’esito finale di ognuna delle storie. Ti inchioda sulla sedia. È come essere dentro quello studio, essere di volta in volta, l’analista, ma anche i pazienti. Questa serie quante nominations meriterebbe? C’è un piccolo capolavoro, anche questo israeliano che gira in questi giorni. Mi ha ricordato il primo film di Kusturica, l’unico che mi sia piaciuto, Ti ricordi di Dolly Bell? Il film s’intitola La Banda. È una banda musicale egiziana in alta uniforme che deve presenziare all’inaugurazione di un Istituto arabo di cultura in Isreale. Però quando arriva nel luogo deputato non trova nessuna autorità ad attenderli, e il gruppo si perde nel deserto giungendo infine in un piccolo insediamento di coloni ebrei. Il tono è quello della commedia amara, ma è un film di una bellezza stupefacente. Quanti david? Quanti, david?



La_Banda_Frame

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Rad Halaila, The Burning Bush

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giovedì, 28 febbraio 2008
Non è un paese per vecchi

Ognuno ha le sue maniere per dimostrare quanto vale. Ed esistono più livelli di lettura per un film così complesso come No country for old men. Quello più terra terra ci dice che è un gran film; quello intermedio che si tratta di una pagina biblica; quello più alto ci riporta al giorno della nostra nascita, al vomito di d-o. I Coen, che sono ebrei, e si prendono sempre relativamente sul serio, ma hanno il dono dell’elusività, raccontano da Cormac Mac Carthy in un modo che nessuno sa fare. Le cose stanno così. Fateci pace. Chi fa film come Fargo e come No country for old men sfugge al comune senso del giudizio, e respinge ogni esegesi. Poi con comodo, un'altra volta, riparleremo di Tommy Lee Jones.tleejones0828022008365-001

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Dead Things, Emiliana Torrini

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martedì, 12 febbraio 2008
senza rime, senza abbellimenti

Dietro ogni romanzo c’è il desiderio di riscrivere il passato. Il ruolo giocato dalla memoria è fondamentale. Espiazione è un romanzo sulla memoria, e sul pentimento. Ma anche sulla straordinaria possibilità-capacità che ha la letteratura di tenere in vita ciò che in vita non è più. Anche con la menzogna, che importa? Così gli ultimi dieci minuti di questo film bellissimo, e per molti versi definitivo, tratto dal romanzo di Mc Ewan, sono decisivi per comprendere non solo il senso di questa storia ma di un’intera vita. E del ruolo che la letteratura, il romanzo, vi svolge: “Io ho restituito loro la giusta felicità” dice Vanessa Redgrave, la scrittrice che quando era poco più che tredicenne impedì crudelmente a sua sorella e all’uomo che amava di avere ciò che la vita aveva loro promesso. È una storia sul male che facciamo alle persone, a volte volutamente, a volte senza saperlo, o volerlo, e come questo male cambia la vita di queste persone. Ma se basta appena alla scrittrice, che sta perdendo la memoria,  l’aver espiato in questo modo il male arrecato, passa attraverso i nostri occhi  la straziante infelicità di ciò che non potrà più essere; ciò che è accaduto, e si è guastato, non si può in alcun modo riavere. Ogni vita è unica, e unicamente, e misteriosamente, sprecata. E questo nessun romanzo, e nessun d-o, potrà risarcire. Il romanzo mi aveva molto colpito, ma il film ha fatto sì che mi mettessi a piangere. Ero in treno, e ho trovato rifugio nella toilette. 1202200831512022008313 van morrison, shenandoah

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lunedì, 04 febbraio 2008
la solitudine di Israele

Naturalmente, come già scritto altre volte, gli scrittori ebrei o di origini ebraica sono i migliori. Israele ha sette milioni di abitanti e una quarantina di scrittori tradotti nel mondo. Contestare anche con dei distinguo Israele alla fiera del libro di Torino significa bruciare in piazza i loro libri: non servono rimandi. Gli ex fascisti sono diventati amici del popolo ebraico, mentre i comunisti, che favorirono con veemenza la nascita dello Stato d’Israele hanno riscoperto l’antisemitismo. I primi ovviamente fingono, e la loro finzione è il sintomo più marcato dell'odio della sinistra per Israele. I fascisti sono amici del loro nemico. Uccisori con una spada presa a prestito. La sinistra invece è contro gli ebrei perché è diventata come la vecchia destra, non sa e non vuole più cogliere la complessità del reale. Destra e sinistra sono accomunati dalla stessa matrice, quella dell’idiozia integrale, che come la storia ci insegna è sempre devastante.



sks-stuff-jan-knightle





































































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yasmin levy, intentalo encontrar





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venerdì, 01 febbraio 2008
insonnia...

dormo pochissimo, mi tiene sveglio il bisogno di esprimermi; nel bene e nel male scelgo sempre di vivere, di stare all'erta.



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blackout, muse











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domenica, 27 gennaio 2008
il giorno della memoria

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Raccconta J.Littel ne Le Benevole, che il piccolo Jakov era stato risparmiato e adottato da un gruppo di SS einsaztgruppen; gli si erano affezionati perchè suonava benssimo Bach al piano; qualcuno gli aveva anche promesso che da Parigi gli avrebbero portato degli spartiti di Rameau e di Couperin. Quando Jakov aggiustando la ruota di un auto si ruppe le dita, venne ucciso.














www.ucei.it/ilgiornodellamemoria/

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mercoledì, 23 gennaio 2008
l'arte della fuga

Non c’è un motivo particolare per cui mi farebbe piacere che prodi passasse… il principale è che non passerà, è naturale. Poi non vedo più il lato tragico della questione, ma solo quello comico e quindi quest’uomo tenace e pasticcione tutto dedito a far di conto fingendo di non vedere il resto lo apparenta a un fumetto di un qualche autore franco-ebraico. Berlusconi invece non è un jenische, eppure ha qualcosa dei fratelli marx, al pari di prodi. Prima di natale il nostro era scivolato nuovamente nel patetico; gli avversari gli si rivolgevano con sufficienza ed imbarazzo; con livore addirittura, gli ingrati; la spallata non gli era riuscita, ma soprattutto le sue storielle non provocavano più quelle belle risate dei lacchè, persino loro abbozzavano a denti stretti, si facevano negare al telefono… a propos, quella telefonata con saccà testimoniava di un uomo nel pieno del suo autunno, stanco, deluso, immalinconito e imbolsito. Poi puntuale le manette alla signora sandra. La storia ricorderà che, come nei migliori scandali inglesi, si dovrà cercare la femmina nella caduta di prodi. Prodi cadde per una così e cosà… La storia ci dirà anche che il marito della sandra stava meditando da tempo il passaggio al nemico. Ma questo è facile intuirlo anche ora: non si scrive un discorso alla camera in venti minuti. 20012008250 glenn esegue il contrappunto quattro dell'arte della fuga

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mercoledì, 16 gennaio 2008
senza prezzo

siamo nel 1303 e non si sa bene chi tirò lo schiaffo, se fu il nogaret o sciarra colonna, inviati di filippo quarto, fatto sta che il bonifacio ottavo si prese uno schiaffo che viene ricordato come uno dei peggiori insulti ricevuti da un papa... chissà come si sarebbero sperticati i giornali. l'italia dopo i rifiuti, è passata al rifiuto di far parlare il capo della chiesa cattolica in un'università ed è finita ancora nelle prime pagine di tutti i giornali del mondo... dicono che è stato un autogol per i laici; ma che potrebbe succedere che già non succede ora? c'è una pubblicità di una carta di credito che dice che ci sono cose che non hanno prezzo, anche in perdita. questa è una di quelle.Andrea_Mantegna_-_Beweinung_Christi morning theft, j.buckley

il dipinto è di mantegna, compianto su giovane ebreo morto

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mercoledì, 09 gennaio 2008
à nos amours

C’è un’idea del mondo e un’idea del cinema nell’ultimo film dei Coen. L’idea di cinema impressiona per la capacità di azzerare gli schemi; e senza usarne di nuovi andare all'essenza di ogni respiro. L’andamento è compassato e pensoso, inafferrabile, senza manierismi né napoletanismi. È l’andamento della gavotta. L’idea del mondo è che non c’è un mondo, e che il mondo vero, reale, è quello che non abbiamo vissuto. Perché le uniche cose che vale la pena ricordare sono i lenti silenzi delle linee che si intersecano .

08012008219





In un punto imprecisato del 1728 Rameau scrisse una gavotta in la minore, e le relative variazioni in doubles, 1-6. Rameau, come Couperin, e prima di lui Marais, e persino l’ascetico Saint Colombe, veniva naturalmente suonato a corte. La pura bellezza di questa musica tramava perfettamente la malinconica frivolezza di un secolo in cui primeggiava il culto per la messa in scena, per il gioco, per l’esprit de finesse e per la nobile arte della sodomia, femminile beninteso. Queste altezze di rarefatta felicità compositiva non furono mai più raggiunte. Forse per questo quando adesso la si ascolta si è invasi da una nostalgia cromatica così perfetta e innocente da divenire morale. Morale rispetto ai tempi in cui viviamo. Morale nell’indicare una possibile felicità in un’età dell’oro svuotata di ogni dolore e di ogni angoscia: pura harmonia mundi. In questa musica c’è spazio persino per la nostalgia di d-o. Un d-o, va da sé, tollerante ma soprattutto tollerabile. Se ci si pone all’ascolto (assolutamente dopo accurati lavacri, la rasatura e una goccia di olibanum), fin dall’incipit e in modo assolutamente ineluttabile, accade che i viaggiatori delle tenebre accedano a qualcosa che potrei definire solamente con il termine di: festa. Nella festa tutto sarà svelato, come a degli adepti. Amo poter dire che in qualunque posto andrò e qualunque persona incontrerò ci sarà sempre quella musica di Rameau, così come ci sarà un film Ang Lee, Ice Storm. Ma purtroppo solo per un istante. Un istante di gavotta, compassata e pensosa. Inafferrabile.

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gavotta della suite in la minore di Rameau, esegue Hewitt, doubles 4-5

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