et soudain inattendue pendant que j’allais avec le troupeau l’étoile a coupé la bâche du ciel l’a déchirée et dit rien rien ne sera plus comme avant
[Hoc pŏsito]
Si entra nei blog come in certe domeniche di ottobre, di pomeriggio, nei cimiteri. Vaste cappelle di famiglia presidiate dallo stesso defunto più organizzato che ha fatto finta di arrendersi alla morte per osservare le lacrime dei visitatori. Trae gioia dal fiore lasciato, dalle velette delle/degli amanti che celano lacrime calde e odorose simile a mosto. In vena di taumaturgie lieto accoglie un ex voto trepido di gratitudine... di sè accumula visioni quasi putre-fascenti, astratte, come se chiedesse alla morte di restituire ciò che la vita non gli diede. Perdura un odore di garofano, e lauro, ambedue musica di silenzio, nel ghiaino smosso dai tacchi dei partenti. Vuole abitare la nostra memoria, allietare la nostra ora del the, accarezzare i nostri capelli, levare la sabbia fine delle dune dove passeggiammo all'ora del tramonto dalle nostre scarpe inglesi fatte nelle Marche. Ma spesso il visitatore della chambre verte arriva con il suo vissuto, l'odore del sugo sbrodolato, lo stantipo della vestaglia della moglie o del marito, l'acre vomito dei bambini. Il finto morto finge un sorriso, ma dentro di sè disapprova, specie quando l'astratto pena a scivolare nel tempo dei nani. Quello che conta, come sempre, è la visione del mondo e la propria acuta indifferenza al virtuale. Se non hai desiderio del suo odore rimani esterno, non penetri. Squagli.
Un giovane bruttissimo dal volto affilato corre in groppa alla sua moto ripreso in primo piano quasi cercando l’aria in una sorta di esaltazione. In montaggio alternato, ma di notte, dei cavalli lanciati allo spasimo su una pista. Il paragone-metafora non mi è piaciuto perché l’uomo bruttissimo sta andando ad uccidere Salvo Lima. I cavalli invece lottano contro i propri limiti sferzati dal fantino. Ma tant’è, è visivamente efficace, la musica a palla, una perfetta pubblicità per una moto. Nel film di Sorrentino è il cinema a cercare la musica, le musiche, percussive, o in alternativa Faurè su rallenty. Forse sto vedendo un video per Mtv. Macchine da presa che danzano, che piovono dai soffitti barocchi dei palazzi del potere (ma il potere non si percepisce mai), che tagliano le scene, che scelgono a caso i personaggi di un dramma che non c’è; luci chiesastiche da postcaravaggeschi, ombre, fughe di porte e saloni, personaggi marionette fastidiosamente felliniani; ne sono testimonianza le soggettive in grand’angolo, esasperazione delle inquadrature del maestro riminese. Un teatro barocco, e persin visionario se si vuole, in cui la ritualità dovrebbe mostrare, e svelare, l’ineluttabile, il passo cadenzato inesorabile del potere (che ancora una volta non si percepisce). Al delirio immaginativo dovrebbe far da prosa la voce fuori campo del mostro democristiano, o le scritte over screen, che portano il povero spettatore con meno di quarant’anni e magari non italiano, sulla via della comprensione. Una lunga striscia forattiniana tridimensionale assolutamente inefficace, velleitaria che è suprema solo in qualche frangia. Così come non mi era piaciuto l’irritante Todo Modo di Petri, sulla Dc, e su Moro, così mi ha lasciato insoddisfatto l’espressionismo del napoletano Sorrentino che si rifà a Petri. Tanto spreco di talento e di soldi per un documentario su un attore? Sulla bravura funambolica di un regista? Perché questo è alla fine, il Divo. Il divino Servillo. Prevedo molti david. Sorrentino ha molti più amici, che nemici.
42, Coldplay
La tecnica (e i tecnici) non decifra interamente la semplice complessità attraverso la quale i grandi artisti ci parlano dal luogo dove "ogni cosa dalla memoria è illuminata". Altrimenti la maggior parte di essi non sarebbe quasi morta di fame nè avrebbe trascorso parte della vita a inseguire i committenti per cavar fuori qualche ghinea. Si penetra negli strati magnifici della conoscenza solo ad un certo punto della nostra vita. Questo fatto avviene spesso senza che ce ne rendiamo conto al punto tale che ci troviamo addirittura a combattere contro le nostre intime in-certezze; fino a che non accettiamo il fatto che in noi si è depositata una mano di quella stessa follia di chi l'opera la intraprese un dato giorno della sua esistenza. Aderendo intimamente all'artista noi ci troveremo in uno stato di separatezza persino dalle persone che abbiamo creduto fin lì di amare. Perchè mentre l'amore per le persone, o per una donna, è connaturato alla nostra biologia; l'amore per la bellezza e per l'arte è un dono che si deve meritare, come la grazia. Quasi sempre ho desiderato, dopo averne goduto più volte, che i musei che custodiscono le opere di Rembrandt, fossero distrutti, o dal fuoco o da altro. E che l'uomo si scordasse come si progetta e si suona un pianoforte. Sempre ho desiderato non rivedere come avevo speso i miei sentimenti. Male.
All Alright, Sigur Ros
Gli manca un respiro per essere un capolavoro, ma finalmente posso parlar bene di un film italiano. I brutti sporchi e cattivi di napoli e dintorni sono solo una parte d'itaglia ma il loro morbo invade tutto il resto. Nessun paese può aspirare alla felicità avendo il ventre a scampia. Nessuna moglie di Lot, allontanandosene avrebbe la tentazione di guardare indietro. Nessun luogo è sicuro per noi, i veri stranieri di questo stolto paese.
Massive, Live with Me
Questo brevissimo racconto di Kafka potrebbe essere posto come sesta meghillot nel Libro. La collana è dei nostri stupori adolescenziali al collo di ogni Sulamith
L’imperatore – così si racconta – ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero al letto, sussurrandogli il messaggio all’orecchio; e gli premeva tanto che se l’è fatto ripetere all’orecchio. Con un cenno del capo ha confermato l’esattezza di quel che gli veniva detto. E dinanzi a tutti coloro che assistevano alla sua morte (tutte le pareti che lo impediscono vengono abbattute e sugli scaloni che si levano alti ed ampi son disposti in cerchio i grandi del regno) dinanzi a tutti loro ha congedato il messaggero. Questi s’è messo subito in moto; è un uomo robusto, instancabile; manovrando or con l’uno or con l’altro braccio si fa strada nella folla; se lo si ostacola, accenna al petto su cui è segnato il sole, e procede così più facilmente di chiunque altro. Ma la folla è così enorme; e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all’aperto, come volerebbe! e presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle; e anche se gli riuscisse non si sarebbe a nulla; dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla: c’è ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo e così via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dell’ultima porta – ma questo mai e poi mai potrà avvenire – c’è tutta la città imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tanto meno col messaggio di un morto. Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera.
Israele compie sessant’anni. Ho capito non molti anni fa che la mia commozione causata dalla musica dalla letteratura dal cinema dalla pittura insomma da quel misterioso momento che chiamiamo bellezza e verità ruota da sempre attorno all’indicibile ferita inferta al popolo ebraico. Come se a ciascuno di quei sei milioni di soli, traditi, io dovessi per debito e risarcimento affidare la nostalgia di ciò che non avevano più potuto avere. A Babi Yar, così come a Zitomir e in mille altri inferni, loro andarono senza chiedere, incontro al massacro, come innocenti dalla bocca sigillata. I loro carnefici badavano a non inquietarli, a fargli trovare in faccia la fine all’ultimo secondo di vita, improvvisamente, così che, storditi, attraversati dall’orrore dei tanti già sgozzati stesi davanti a loro come un tappeto di carne e lamento, e i figli piccoli avvinti a loro in un moltiplicato tormento, non potessero rivoltarsi. Israele nasce anche da questo. Che non vi potesse essere più uno con un bastone che percuotendoti la schiena ti spinge verso i calanchi di Babi Yar o nelle docce dello ziklon b, nella vertigine di un inferno come mai era stato concepito. Israele è stato ciò che i loro occhi smisero di guardare, il respiro che si fermò, la nudità impudica che furono costretti a esibire davanti ai carnefici. Israele è anche Balthazar il cavallo balcanico che salvai dal macello. Israele è tutti noi commossi, per la bellezza, e la verità. Israele è una piccola magen dawìdh dorata che brilla sul tuo lobo goy.
cara silvia, consiglio lo studio dell'alfabeto ebraico per contrastare la desolazione; e prepararsi alla lettura integrale di shirhashirim nelle cui pieghe si indugierà, con calma, come assaporando il vino vecchio, l'olio nuovo, i porti, l'occhio di un cavallo, l'essere nella perfetta solitudine di una fuga a tre voci... invece fare attenzione a osea e a gomèr, la puttana, a non cadere nella trappola della lamentazione anche a partire da un bel paio di tette; essere virili nell'afflizione, non dare nessuna soddisfazione al nostro avversario.
bach, preludio della suite n.1 per violoncello solo; esegue Yo Yo Ma
La brigata ebraica composta di 5000 volontari ha combattuto in Emilia Romagna a sostegno delle formazioni partigiane e partecipando alla liberazione di molte città di quella regione. Era formata da ebrei provenienti dalla Palestina, e da tutto il resto del mondo.
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Gould esegue la variazione 30, quodlibet, delle Goldberg (1981)
Una sera qualcuno mi trascinò a vedere caos calmo. Non gli ho ancora rivolto la parola da allora. Ora leggo che questo film brutto e inutile, così come il romanzo da cui è tratto, è candidato a 18 nominations per i david di donatello, il maggior premio (sic!) del il cinema italiano (sic!). Sorprende? No. Il prossimo anno toccherà a Sorrentino con il suo film su Andreotti. Una mia amica ha letto la sceneggiatura e mi ha detto che è molto bella. Però è la stessa che mi portato a vedere caos calmo.
Ho scaricato una nuova serie tv che si chiama in treatment. Il format è israeliano, BeTipul (Haaretz: “la più importante serie drammatica mai fatta da Israele, prova che il minimalismo in televisione può generare la massima qualità”; Maariv: “la cosa più simile alla letteratura che si può trovare in tv”; Yedioth Ahronoth: “i più sublimi e fini dialoghi mai visti sugli schermi israeliani”). Sono 45 episodi ognuno di venticinque minuti ed è molto semplice: uno psicanalista interpretato dal sulfureo Gabriel Byrne incontra dei pazienti. I pazienti sono quattro, ogni puntata ne incontra uno diverso; più una supervisor che incontra lui stesso. La storia procede così fino all’esito finale di ognuna delle storie. Ti inchioda sulla sedia. È come essere dentro quello studio, essere di volta in volta, l’analista, ma anche i pazienti. Questa serie quante nominations meriterebbe? C’è un piccolo capolavoro, anche questo israeliano che gira in questi giorni. Mi ha ricordato il primo film di Kusturica, l’unico che mi sia piaciuto, Ti ricordi di Dolly Bell? Il film s’intitola La Banda. È una banda musicale egiziana in alta uniforme che deve presenziare all’inaugurazione di un Istituto arabo di cultura in Isreale. Però quando arriva nel luogo deputato non trova nessuna autorità ad attenderli, e il gruppo si perde nel deserto giungendo infine in un piccolo insediamento di coloni ebrei. Il tono è quello della commedia amara, ma è un film di una bellezza stupefacente. Quanti david? Quanti, david?
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Ognuno ha le sue maniere per dimostrare quanto vale. Ed esistono più livelli di lettura per un film così complesso come No country for old men. Quello più terra terra ci dice che è un gran film; quello intermedio che si tratta di una pagina biblica; quello più alto ci riporta al giorno della nostra nascita, al vomito di d-o. I Coen, che sono ebrei, e si prendono sempre relativamente sul serio, ma hanno il dono dell’elusività, raccontano da Cormac Mac Carthy in un modo che nessuno sa fare. Le cose stanno così. Fateci pace. Chi fa film come Fargo e come No country for old men sfugge al comune senso del giudizio, e respinge ogni esegesi. Poi con comodo, un'altra volta, riparleremo di Tommy Lee Jones.
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Dietro ogni romanzo c’è il desiderio di riscrivere il passato. Il ruolo giocato dalla memoria è fondamentale. Espiazione è un romanzo sulla memoria, e sul pentimento. Ma anche sulla straordinaria possibilità-capacità che ha la letteratura di tenere in vita ciò che in vita non è più. Anche con la menzogna, che importa? Così gli ultimi dieci minuti di questo film bellissimo, e per molti versi definitivo, tratto dal romanzo di Mc Ewan, sono decisivi per comprendere non solo il senso di questa storia ma di un’intera vita. E del ruolo che la letteratura, il romanzo, vi svolge: “Io ho restituito loro la giusta felicità” dice Vanessa Redgrave, la scrittrice che quando era poco più che tredicenne impedì crudelmente a sua sorella e all’uomo che amava di avere ciò che la vita aveva loro promesso. È una storia sul male che facciamo alle persone, a volte volutamente, a volte senza saperlo, o volerlo, e come questo male cambia la vita di queste persone. Ma se basta appena alla scrittrice, che sta perdendo la memoria, l’aver espiato in questo modo il male arrecato, passa attraverso i nostri occhi la straziante infelicità di ciò che non potrà più essere; ciò che è accaduto, e si è guastato, non si può in alcun modo riavere. Ogni vita è unica, e unicamente, e misteriosamente, sprecata. E questo nessun romanzo, e nessun d-o, potrà risarcire. Il romanzo mi aveva molto colpito, ma il film ha fatto sì che mi mettessi a piangere. Ero in treno, e ho trovato rifugio nella toilette.
van morrison, shenandoah
Naturalmente, come già scritto altre volte, gli scrittori ebrei o di origini ebraica sono i migliori. Israele ha sette milioni di abitanti e una quarantina di scrittori tradotti nel mondo. Contestare anche con dei distinguo Israele alla fiera del libro di Torino significa bruciare in piazza i loro libri: non servono rimandi. Gli ex fascisti sono diventati amici del popolo ebraico, mentre i comunisti, che favorirono con veemenza la nascita dello Stato d’Israele hanno riscoperto l’antisemitismo. I primi ovviamente fingono, e la loro finzione è il sintomo più marcato dell'odio della sinistra per Israele. I fascisti sono amici del loro nemico. Uccisori con una spada presa a prestito. La sinistra invece è contro gli ebrei perché è diventata come la vecchia destra, non sa e non vuole più cogliere la complessità del reale. Destra e sinistra sono accomunati dalla stessa matrice, quella dell’idiozia integrale, che come la storia ci insegna è sempre devastante.
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Raccconta J.Littel ne Le Benevole, che il piccolo Jakov era stato risparmiato e adottato da un gruppo di SS einsaztgruppen; gli si erano affezionati perchè suonava benssimo Bach al piano; qualcuno gli aveva anche promesso che da Parigi gli avrebbero portato degli spartiti di Rameau e di Couperin. Quando Jakov aggiustando la ruota di un auto si ruppe le dita, venne ucciso.
Non c’è un motivo particolare per cui mi farebbe piacere che prodi passasse… il principale è che non passerà, è naturale. Poi non vedo più il lato tragico della questione, ma solo quello comico e quindi quest’uomo tenace e pasticcione tutto dedito a far di conto fingendo di non vedere il resto lo apparenta a un fumetto di un qualche autore franco-ebraico. Berlusconi invece non è un jenische, eppure ha qualcosa dei fratelli marx, al pari di prodi. In questa nuova duck soup interpreta un ometto che in virtù della diabolica capacità di rivoltare le circostanze a suo favore si ritroverà a breve, dopo essere stato dato per morto svariate volte, a tenere le redini del paese. Come fare buca in un colpo solo da 365 yarde. Prima di natale il nostro era scivolato nuovamente nel patetico; gli avversari gli si rivolgevano con sufficienza ed imbarazzo; con livore addirittura, gli ingrati; la spallata non gli era riuscita ed era emersa chiara la sua indole da capitan fracassa, roso d’invidia per sarkò che napoleonizzava e scopava esibendo il suo più appetitoso trofeo, e il sempre più approssimativo famo famo; indimenticabili i discorsi a megafono tenuti dal predellino dell’auto in stile argentino-descamisado, ma soprattutto le sue storielle non provocavano più quelle belle risate dei lacchè, persino loro abbozzavano a denti stretti, si facevano negare al telefono… a propos, quella telefonata con saccà testimoniava di un uomo nel pieno del suo autunno, stanco, deluso, immalinconito e imbolsito. Poi puntuale le manette alla signora sandra. La storia ricorderà che, come nei migliori scandali inglesi, si dovrà cercare la femmina nella caduta di prodi. Prodi cadde per una così e cosà… La storia ci dirà anche che il marito della sandra stava meditando da tempo il passaggio al nemico. Ma questo è facile intuirlo anche ora: non si scrive un discorso alla camera in venti minuti. Vincerà a man bassa. Molti non andranno a votare e, state certi, non saranno elettori di destra. Berlusconi è l’unico che può interpretare al contempo l’Augusto e il Bianco, eppure stavolta il direttore del circo non è lui; è questo il dato più interessante. Stavolta il vero impresario, chi ci mette i soldi insomma, sta oltretevere, ed ha le fattezze frocio-vampiresche di ratzinger e dei suoi sgherri. Sono loro che hanno dato la vera spallata al povero prodi. Assieme alla sandra. E ai comunisti. L’autunno di silvio è inarrestabile, però sarà più da clown bianco che da Augusto. Il tedesco non avrà più sorrisi di circostanza. Non ce ne sarà bisogno. Le guardie svizzere bivaccheranno alla sapienza. Meglio darsi alla fuga.
glenn esegue il contrappunto quattro dell'arte della fuga
siamo nel 1303 e non si sa bene chi tirò lo schiaffo, se fu il nogaret o sciarra colonna, inviati di filippo quarto, fatto sta che il bonifacio ottavo si prese uno schiaffo che viene ricordato come uno dei peggiori insulti ricevuti da un papa... chissà come si sarebbero sperticati i giornali. l'italia dopo i rifiuti, è passata al rifiuto di far parlare il capo della chiesa cattolica in un'università ed è finita ancora nelle prime pagine di tutti i giornali del mondo... dicono che è stato un autogol per i laici; ma che potrebbe succedere che già non succede ora? c'è una pubblicità di una carta di credito che dice che ci sono cose che non hanno prezzo, anche in perdita. questa è una di quelle.
morning theft, j.buckley
il dipinto è di mantegna, compianto su giovane ebreo morto
C’è un’idea del mondo e un’idea del cinema nell’ultimo film dei Coen. L’idea di cinema impressiona per la capacità di azzerare gli schemi; e senza usarne di nuovi andare all'essenza di ogni respiro. L’andamento è compassato e pensoso, inafferrabile, senza manierismi né napoletanismi. È l’andamento della gavotta. L’idea del mondo è che non c’è un mondo, e che il mondo vero, reale, è quello che non abbiamo vissuto. Perché le uniche cose che vale la pena ricordare sono i lenti silenzi delle linee che si intersecano .
In un punto imprecisato del 1728 Rameau scrisse una gavotta in la minore, e le relative variazioni in doubles, 1-6. Rameau, come Couperin, e prima di lui Marais, e persino l’ascetico Saint Colombe, veniva naturalmente suonato a corte. La pura bellezza di questa musica tramava perfettamente la malinconica frivolezza di un secolo in cui primeggiava il culto per la messa in scena, per il gioco, per l’esprit de finesse e per la nobile arte della sodomia, femminile beninteso. Queste altezze di rarefatta felicità compositiva non furono mai più raggiunte. Forse per questo quando adesso la si ascolta si è invasi da una nostalgia cromatica così perfetta e innocente da divenire morale. Morale rispetto ai tempi in cui viviamo. Morale nell’indicare una possibile felicità in un’età dell’oro svuotata di ogni dolore e di ogni angoscia: pura harmonia mundi. In questa musica c’è spazio persino per la nostalgia di d-o. Un d-o, va da sé, tollerante ma soprattutto tollerabile. Se ci si pone all’ascolto (assolutamente dopo accurati lavacri, la rasatura e una goccia di olibanum), fin dall’incipit e in modo assolutamente ineluttabile, accade che i viaggiatori delle tenebre accedano a qualcosa che potrei definire solamente con il termine di: festa. Nella festa tutto sarà svelato, come a degli adepti. Amo poter dire che in qualunque posto andrò e qualunque persona incontrerò ci sarà sempre quella musica di Rameau, così come ci sarà un film Ang Lee, Ice Storm. Ma purtroppo solo per un istante. Un istante di gavotta, compassata e pensosa. Inafferrabile.
gavotta della suite in la minore di Rameau, esegue Hewitt, doubles 4-5
Cessato lo sforzo di rendere sopportabili le nostre pratiche sociali pur in una severiniana discesa dell’universo mondo verso il nulla mi risulta chiaro questo: che poiché l’Itaglia coacervo di ladroni melodrammatici è all’ultimo posto per concretezza e progetto culturale con le sue antiche università affollate di niente, le piazze di nequizie e di rampolli che sono i più ignoranti d’Europa si capisce come l’abbandono del romanzo (principale veicolo di cambiamento e progresso morali) possa perfettamente spiegare l’incapacità d’ogni forma d’analisi che non verta sulla discussione attorno al rosso o al verde di un semaforo, (e mettiamoci pure ciò che dice Bocca che persino il pesto non è più fatto di basilico ma d’erbacce per non parlare dell’olio quasi minerale in cui è immerso); il pezzo del NYT sul declino della provincia dell’impero è illuminante (irritante la corsa all’ira e al distinguo dei nostri campioni). Strano che dall’Impero, già esso stesso in rotolante declino, si guardi al declino delle proprie colonie. O forse non è tanto strano. Si vorrebbe che i luoghi deputati allo svago del grantùr contenessero quei principi solidi e creativi tali da permetterci di trascorrere in perfetta integrità le nostre rilassanti vacanze fra un tortello di zucca e la camera dolente di Paola Gonzaga pittata da un genio appena più che adolescente, Girolamo Mazzola. C’è un declino malinconico, ingiusto, che si traduce in lingua inglese, fra una sleppa di mazza da cricket e un pink gin consumato tra i sandali profumati di un qualsiasi club di Singapore; il paese di San Giorgio e Sant’Andrea cedeva il passo ai nazionalismi infuocati di marxismo precotto, ben sicuro che tuttavia la classe dirigente si sarebbe ritrovata in tenuta bianca su campo verde perfettamente rasato. I paria armati di forbicine avrebbero come il solito senza lamentarsi coi sindacati (anzi fieri) pareggiato i germogli, le ginocchia immerse nella rugiada del mattino. Si declinava malinconicamente ma accorreva a tenere deste le energie una musica bellissima, un cinema potente, una letteratura che preludeva ai grandi, e nostalgizzava gli immensi. L’Inghilterra perdeva l’impero ma vestiva il mondo. L’Itaglia viceversa declina in maniera avvelenata, suppurante, miasmatica, ripugnante, incapace da anni di un qualsiasi vagito importante che risvegli barlumi d’umanità, e una concreta fierezza che non sia nell’arte pedatoria. Non è un paese confuso, è un paese triste d’una tristezza che sollecita scudisciate sulle natiche; che ha scelto di essere dalla parte del peggiore cattolicesimo, di chi non punisce mai se non il sarcasmo, che alla fine assolve sempre, quello che se ognuno ha le sue ragioni alla fine gli si può rintracciare persino un filone d’innocenza comunque sia. E se non ora a distanza di qualche anno. Si abbia fede. Una paese brutto, ancora più immondo se si pensa a ciò che fu, anche nel sangue e nel tradimento, ma vivadd-o almeno quel bastardo del della Rovere pagava un certo Michelangelo, e il Moro aveva le vertigini in fronte al Cenacolo. Parmigianino dipinse il composto grido sull’ingiustizia divina completamente al buio, in modo tale che se anche ora si richiudono le porticine del confortorio cani dee e atteoni rimbalzano nella nostra memoria fino al giorno in cui chiuderemo grati gli occhi. Non solo non c’è in vista nessun Parmigianino che dipinga al buio immagini per la nostra ingiusta pena, ma i ladroni sputano il loro avvelenato catarro sui pavimenti della reggia. E nessun extracomunitario che passi lo straccio.
Le donne sono più soggette ai moti del cuore, sono più discontinue, più incoerenti, più contorte. Vogliono e poi rinunciano, si concedono e poi tolgono, si puniscono, amano e poi fuggono, l’uomo è più istintivo, anche quando gli sarebbe richiesto il contrario, segue la carne, ma è anche più ottuso negli sbagli, perché non riesce ad essere vigile. Le donne invece hanno mille antenne accese e questo le rende delle anime confuse, anche se in modo strategico. Le donne sono aritmiche. E l’aritmia si sa è una forma di schizofrenia cardiaca. la musica è Meron Nign, The Klezmer Conservatory Band
Sono immerso in te come nell’acqua e cullato da una musica che suonano nei porti. Improvvisamente la tua mano va verso i miei lombi chiamandomi ad un gesto. Sul pavimento vicino al letto ci sono le tue scarpe e c’è un libro di poesie di walcott, i tuoi capelli mi bagnano come pioggia tiepida e i tuoi baci hanno il calore della fiamma quando fuori nevica; e c’è amicizia e amore e desiderio come guardarsi lungamente in modo tale che tu fai vivere me e io faccio vivere te; dipendere l’uno dall’altro ci dà la pace che a lungo ho cercato non voglio pensare a nient’altro che a questo abbandonami, lasciarmi andare, guardare la vita alle mie spalle e se a volte il desiderio è così forte da varcare le porte della leggerezza è perchè nella nostra interiorità noi sembriamo nascere una seconda volta; impariamo una lingua antica che solo noi conosciamo e che abbiamo fissato in segreti incunaboli. Ora so, ora so… che quella musica di Rameau così disperatamente bella, tutte le cose belle hanno da essere belle disperatamente, era musica composta lungo la strada che dalle tende di Kedar conduceva verso Ashdod...
d.c.
double 1 della gavotta della suite in la minore di Rameau... folgorante Hewitt
mentre mi facevo la barba stamattina ho sentito un'attrice russa recitare nella sua lingua questi versi di puskinIo vi ho amata: e ancora forse l'amore
Per un momento, anche solo per un momento, la verità diventa bugia. Nel buio. Si esce che è ora di prendere il treno ed è già buio. Di colpo. Un agguato a tradimento, fra via delle volte e via mortara. Viviamo nel buio, ma senza sostenibili verità il buio fa paura. Nel buio il treno taglia campagne appennini fiumi città. Ma potrebbe essere qualsiasi luogo. Il non luogo di questo tristo paese. Nel buio si va. Una volta non avevo paura del buio ora sì. La canna del fucile aveva un odore di metallo e olio. Il metallo era freddo. Non avevo paura, perché recitavo a L. vaghe stelle dell’orsa io non credea tornare.... Ora nel buio si annida il predone rumeno le donne senza necessità gli incerti delle verità date la ritualità dei nuovi fascismi il profilo severo dei cardinali le facce sorridenti dei cinesi, il ghigno del satrapo. La quieta angoscia dei disordini e della bruttezza, dell’indifferenza, degli scappamenti dei suv. Questo buio. Ah. Mi sia concessa la vigilia dell’attesa, in fondo siamo una tribù messianica, e un barlume di luce che non sia la fiaccola di abramo che balugina sul coltellaccio che dovrebbe squarciare il petto di isacco, ci sia concessa. Né quella dei sicari che uccidono il Poeta all'idrodscalo di ostia. Stanotte mi sentirei di chiederla, un po’ di pietà via! A tratti sono stato per la rivalutazione del patetico. E anche per i film di douglas sirk. Forse avevo vent’anni di meno.
Per noi uomini ridicoli, in piena tragedia comica, il mortifero beethoven annuncia con un movimento che ha l’impudenza di chiamare allegretto la nostra fine. È una lenta ossessione sotterranea, spaventevole, che ti strappa dalla sedia con mani brusche e senza pietà, mette la sua faccia davanti alla tua, ti slingua le labbra, entra con amare papille nel calice della gola.
Attraverso Hilberg Lanzmann racconta che i missionari cristiani dicevano "Voi non avete il diritto di vivere tra di noi come ebrei". Dalla fine del Medio Evo i poteri laici decisero: "Voi non avete il diritto di vivere tra di noi". Infine i nazisti hanno decretato: "Voi non avete il diritto di vivere". Ho visto che è stato ripubblicato il libro e soprattutto il film di Claude Lanzmann, Shoah. Del capolavoro il film di Lanzmann ha queste due caratteristiche: che quando lo rivedi continua a svelare cose azzerando quelle che già conosci; e quelle che già conosci per averle viste nei tanti documentari e film sulla shoah e nei tanti libri pubblicati è quasi niente. È un capolavoro perché l’orrore viene raccontato con una semplicità così stupefacente che si può definire bellezza; è un capolavoro perché non si guarda il film, e lui che ci guarda. Il film è come dev’essere un capolavoro, arrogante. Cos’ì com’è arrogante l’altro immenso capolavoro di Klimov, Idi i smotri, sulla strage di un villaggio ucraino compiuta dai nazisti. Hier ist kein Warum, qui non c’è un perché, dicevano i nazisti ad Auschwitz come ricorda Primo Levi. Puro odio che non finisce mai.
sophie solomon - lazarus
che palle veltroni bindi letta, gawronski è il vostro candidato, se non altro per il cognome, fatemi contento, votatelo
Sono nato a Roma nel 1957. Durante il Liceo classico mi sono impegnato come volontario in iniziative sociali nelle baraccopoli di Roma. Ho studiato due anni all’università Cesare Alfieri di Firenze, e mi sono laureato a Roma in Economia (con lode). Durante gli anni dell’Università ho lavorato, volontario, in Amnesty International, a favore dei diritti umani, divenendo nel 1979-84 il coordinatore dell’Italia per l’America Latina nel periodo dei “desaparecidos” argentini e delle torture in Cile.
Proprio in Cile mi sono recato dopo la Laurea per cercare fortuna come giornalista free-lance. Qui ho incontrato la "povertà globale" e ho deciso di dedicarvi la mia vita. Nel 1987 sono andato a Ginevra a studiare macroeconomia internazionale; nel 1988-89 ho proseguito gli studi a Oxford, grazie a una borsa di studio del British Council, dove ho conseguito un secondo Master, sui paesi in via di sviluppo.
La mia carriera professionale è quella tipica di un economista internazionale, focalizzato sui paesi in via di sviluppo. Ho lavorato in diverse organizzazioni internazionali (OCSE, Parigi; UNCTAD, Ginevra) e O.N.G.; ho vinto un concorso alle Comunità Europee; ho insegnato economia in diverse Università. Tornato in Italia, nel 2000 ho vinto un concorso per “alte professionalità” alla Presidenza del Consiglio. Nel ruolo di consulente economico di diversi Presidenti del Consiglio, ho notato il grave deterioramento delle istituzioni. Mi sono allora collegato con diverse associazioni della società civile (quali i "Cittadini per l'Ulivo") e - assieme a costituzionalisti ed esperti di diritto amministrativo - ho studiato intensamente, per tre anni, le possibili reazioni e soluzioni all'esproprio delle istituzioni realizzato da una classe politica fuori controllo. Sono ora in grado di proporre, oltre all’indignazione, una visione coerente e un insieme di metodologie partecipative per dare risposte risolutive al malessere del nostro paese.
Nel tempo libero, mi piace stare nella natura: pescare, camminare in montagna, volare in parapendio. Sono un giocatore di scacchi di medio livello, appassionato di rugby. Ascolto vari tipi di musica: Mozart, Stephane Grappelli, Lizz Wright, Jane Monheit, Pete Seeger, Leonard Cohen, De Gregori. Libri preferiti: "Iliade", "Il Signore degli Anelli", "Se questo è un uomo - La tregua", "Il Gattopardo", e tanti libri di Storia.
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Si farà un gran parlare del libro di Littell e ognuno dirà come sempre la sua: spazzatura o capolavoro. Vi diranno delle erinni, del rimorso e delle eumenidi, e di come max aue trasforma se stesso in una cavia. Vi diranno che il libro è una partitura barocca che cerca di mettere ordine nell’uragano della follia. E la domanda che vi farete, leggendolo, è fino a che punto posso spingermi sulla via tipicamente umana dell’orrore, in quantità e qualità nel dare la morte a bambini, donne, vecchi, vicini di casa? Sappiamo ormai che dentro ognuno di noi c’è questo orrore, basta scavare, basta che la storia, e la Storia scavino, ed eccolo riapparire con frac e cilindro in testa. Per cui se mi chiedo che cosa unisce un tifoso di calcio del napoli, un professore di filosofia, un pittore mancato, un macellaio, un ufficiale delle ss, un prete, un ministro, un cultore di bach, un ammiratore di longfellow e di celine, un devoto della madonna, del senor balaguer o di bertinotti, io dirò quando si tratta di far fuori un ebreo, nulla.
gould interpreta la sarabande della V suite francese, in G
nello schifo del mondo due cose mi hanno fatto sentire bene: dei monaci buddisti che camminano per sfida sotto la pioggia, e la frase di uno scrittore che non ho mai amato
"..quanto sarebbe bello se per ogni mare che ci aspetta ci fosse un fiume, per noi. E qualcuno-un padre, un amore, qualcuno-capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume-immaginarlo, inventarlo-e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio. Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce,la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare. Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente, umano."
Fra le settecentocinquanta volte in cui nel Libro è nominato il cuore ve ne furono alcune che percorsero a ritroso lo Sefer yeshirà dei cabbalisti medioevali in simboli folgoranti, ma prima fu Giuda a scendere con il suo cuore nelle acque profonde di Giuseppe per riportarlo alla memoria degli avi indimenticati… come una corda che viene calata nel profondo del pozzo scendo verso il tuo cuore che solitario pulsa nelle tenebre. Nelle tenebre della tua inconoscibile verità. Ti guardo attraverso il mio cuore. Perché è del cuore il guardare, e del cervello il ricordare. Il ricordo è il mio cazzo, il cuore la tua figa.
Trentadue indica numericamente il nome lev, che in ebraico significa cuore. Dal cuore si dipartono le trentadue vie della sapienza, dieci le sefirot e ventidue le lettere. Il cuore è inizio e fine di ogni cosa, per volontà. La radice ebraica di lev è “lb”, che letta al contrario è “bl”, che significa niente, zero. Così se il cuore smette di battere niente più diventa vero. Nel principio del tutto vi è il niente, nel tuo respiro respiro la morte, mi dissolvo nel desiderio che mi avvicina e da te mi allontana. I nostri corpi intrecciati respirano necessariamente in opposizione plastica i reciproci sessi; ma chi di noi muore mentre l’altro vive? chi di noi è il tetragramma, l’innocente abele, chi elohim, caino il distruttore, l’assassino? Per non scoprirlo ritarda il tuo orgasmo, prendi tempo, allontanati e poi torna rimanendo nel cerchio del desiderio. Ascolta. Senza guardare.
È stupefacente come il Libro contenga tutto ciò che cerchiamo fin dalla prima parola. Solo Borges lo intuì con commovente completezza. E passò la vita a gettare la corda del cuore nel profondo abisso del pozzo per riportare alla luce la verità della memoria. La verità, cioè la conoscenza, la sapienza, è la più alta forma di amore vitale. Il nostro corpo invece è solo necessità; che però è l’unica verità che davvero conta. Ed è allo stesso tempo la metafora del nulla.
L’addio è il luogo dell’esitazione, del rimorso più che del rimpianto. Una delle prime figure dipinte nella storia dell’umanità è un uomo che cade davanti alla femmina del bisonte sventrata che partorisce il sole ingoiato durante l’inverno: si cade per non assolversi, per scontare la tracotanza non di sé ma di d-o. Il primo uomo di masaccio ha un piede bloccato fra la porta di un impossibile eden e il territorio del pianto. Il nostro corpo graffiato è bloccato tra la vita e la morte. Tra il linguaggio e il silenzio. Nell’addio.
Loussier rilegge l'andante del II Brandeburghese
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Un ladro di cinema, adolescente e sognatore, edipicamente compiaciuto, stupefacente e disfacente, imprevedibile, francese, narcisista ma anche umile, generoso, capace d’indignazione come il suo mentore e amico Pier Paolo, poeta vero, con quella sua voce mai aggressiva addolcita dall’erre moscia di famiglia, cocciutamente morboso, nell’intimo attratto irrimediabilmente dal male e affascinato dall’ambiguità, ma anche politicamente corretto, appassionato e frivolo, evanescente, evoluente di grazia, crudele grazia, gran cacciatore di luce cavallo, di ritmo sontuoso e segreto, intimo, declamatorio e crepuscolare come i suoi travelling pieni di soste e di fermate che assomigliano a quelli accelerati della bassa, borghese, esasperato, provocatorio, affabulatore e snob, sognatore e megalomane, antimoderno ma anche pieno di nostalgie onanista della perfezione orgasmicamente irrisolto, casto, perverso, innocente come solo i poeti sono innocenti, e puro mistificatore, ruffiano… moralista.
I suoi film più belli sono due, fatti nel corso di un solo anno, fra il 69 e il 70, un anno in cui Bernardo venne visitato dalla grazia senza misericordia, il primo fatto con settanta milioni, sganciati dalla rai, girato nella sua emilia, in bassa, strategia del ragno; l’altro con capitali internazionali, cast importante, il conformista; raccontano la stessa storia, l’insopprimibile voglia di tradire il mondo cui si è più legati, e le persone che si amano, per non tradire se stessi e la propria natura narcisistica, tradire il padre e la sua poesia con altrettanta morbosa poesia… godard ha detto di lui molti anni fa: se non fossi così incapace di essere romantico farei i film che fa bertolucci… godard, bertolucci, una certa idea del cinema, irrimediabilmente gli anni sessanta/settanta, un cinema perduto come certe città sepolte nel deserto o nel mare, la gioia di fare cinema si sa che appartiene solo ai francesi… Ora il Leone d’oro a Venezia. L’ho amato fino a novecento già pericolosamente in bilico fra il suo cinema del prima e del dopo. Poi mi ha sempre fatto tenerezza, come un parente gentile e piacevole, lo zio Ottavio Berlinghieri, che non però non riesce più a stupire. È come se fosse morto in un terrazzo d Parigi dopo aver attaccato il chewing gum alla ringhiera.