et soudain inattendue pendant que j’allais avec le troupeau l’étoile a coupé la bâche du ciel l’a déchirée et dit rien rien ne sera plus comme avant
[Hoc pŏsito]
Si entra nei blog come in certe domeniche di ottobre, di pomeriggio, nei cimiteri. Vaste cappelle di famiglia presidiate dallo stesso defunto più organizzato che ha fatto finta di arrendersi alla morte per osservare le lacrime dei visitatori. Trae gioia dal fiore lasciato, dalle velette delle/degli amanti che celano lacrime calde e odorose simile a mosto. In vena di taumaturgie lieto accoglie un ex voto trepido di gratitudine... di sè accumula visioni quasi putre-fascenti, astratte, come se chiedesse alla morte di restituire ciò che la vita non gli diede. Perdura un odore di garofano, e lauro, ambedue musica di silenzio, nel ghiaino smosso dai tacchi dei partenti. Vuole abitare la nostra memoria, allietare la nostra ora del the, accarezzare i nostri capelli, levare la sabbia fine delle dune dove passeggiammo all'ora del tramonto dalle nostre scarpe inglesi fatte nelle Marche. Ma spesso il visitatore della chambre verte arriva con il suo vissuto, l'odore del sugo sbrodolato, lo stantipo della vestaglia della moglie o del marito, l'acre vomito dei bambini. Il finto morto finge un sorriso, ma dentro di sè disapprova, specie quando l'astratto pena a scivolare nel tempo dei nani. Quello che conta, come sempre, è la visione del mondo e la propria acuta indifferenza al virtuale. Se non hai desiderio del suo odore rimani esterno, non penetri. Squagli.
Venerdì 16 ottobre era ancora buio quando all’alba, con M. siamo arrivati al Portico d’Ottavia. Abbiamo percorso a piedi tutta la strada venendo da via della Conciliazione, tagliando l’isola Tiberina e sbucando sul Lungotevere de’Cenci. Proprio qui una lunga fila di gente si addossava all’area del Tempio: ognuno di loro portava chi una catenina, chi una medaglietta, un bracciale o un anello; l’obersturmbannfuhrer Kappler aveva estorto alla Comunità 50 kili d’oro da consegnare in ventiquattr’ore e bisognava far presto. La promessa era che gli ebrei sarebbero stati al sicuro. Al sicuro. A traguardo raggiunto la Comunità pensò d’averla fatta franca, contando sulla serietà dei tedeschi, uomini di parola. Uomini di parola. All’alba del 16 di ottobre, di shabbàt, un giorno freddo e piovoso, esattamente alle 5 e 20, duecento SS circondarono il Ghetto e con le liste dei nomi ben compilate in modo che non ne sfuggisse nessuno iniziarono la razzia. degli ebrei Picchiarono alle porte, consegnarono dei foglietti su cui era scritto ciò che ognuno di loro doveva fare. Lascia la tua casa, chiudila bene e porta con te la chiave, e del cibo per il viaggio, e poche cose che sarebbero state utili una volta arrivato a destinazione. Nessuno sarebbe rimasto indietro, né i malati, né i vecchi, nè i bambini anche i più piccoli. 20 minuti per lasciare tutto. 20 minuti. Una volta radunati sul piazzale davanti al Portico gli ebrei furono condotti al Collegio Militare a Palazzo Salviati, in via della Lungara, non molto lontano da lì. Al lunedì successivo a Tiburtina dove vennero fatti salire su diciotto vagoni piombati. Direzione: Auschwitz. Un posto che non diceva nulla a nessuno. Avevano in tasca la chiave di casa, sarebbero tornati. Il viaggio durò sette giorni. Lazzaro Sonnino riuscì in qualche modo a praticare una piccola apertura nel vagone e si buttò. Si ruppe una gamba ma si salvò. Nessun altro lo seguì. Tutto sommato stavano andando a lavorare in Germania, mica a morire. Una volta ad Auschwitz furono fatti scendere e separati: donne, bambini, vecchi e inabili al lavoro subito al gas. 839 cessarono di esistere quello stesso 23 ottobre. Racconta uno dei sopravvissuti che dopo qualche giorno che aveva perso di vista suo padre, sua madre, i suoi fratellini, un prigioniero polacco gli disse: meglio che te li dimentichi, loro non esistono più. Nel bellissimo romanzo di Bernhard Schlink A voce alta da cui è stato tratto un mirabile film, The Reader, con Kate Winslet, un ragazzo vive una storia d’amore con una donna molto più grande di lui. Questa donna ama che lui le legga dei romanzi dopo il sesso. Poi il ragazzo scopre che lei è stata una kapò, ed è responsabile dell’eccidio di duecento donne ebree. In realtà la donna non sa né leggere né scrivere. Ecco il motivo misterioso per cui amava che lui leggesse. Ma non lo dirà mai perché se ne vergogna. Viene condannata a molti anni di detenzione. Qui in prigione il ragazzo poi diventato adulto non l’andrà mai a trovare ma le manderà delle cassette registrare con le sue letture. E da queste la donna imparerà a leggere e scrivere. Il giorno della sua liberazione si impicca. È una storia emblematica ma non coglie tutto di ciò che la Arendt ha chiamato la banalità del male. Di chi ha fatto parte dell’industria della morte. Una parte dei nazisti ha praticato il sadismo, molti altri hanno eseguito degli ordini che sarebbe stato, a parer loro, inconcepibile non eseguire. Capitò persino che per gli eccidi più rivoltanti gli stessi nazisti cercassero dei volontari. Che ovviamente si trovavano a piene mani. Oppure erano gli ucraini e i lituani che si prestavano ai lavori più sporchi. Gli ucraini odiavano tradizionalmente gli ebrei e non si fermavano davanti a nulla. Molti nazisti erano colti. Ascoltavano Bach e leggevano Goethe. Qual è quindi la natura del male? e la bellezza può salvare dal male? è evidente che no, non può. La bellezza non ha niente a che vedere con la dignità della vita umana. Semmai agevola il mio allontanamento dall’altro. Hitler piangeva sentendo Tristano e Isotta. Piangeva. Commosso. Immagino fu straziante per lui quando dovette uccidere la sua cagna nel bunker, la fedele Blondie, prima di darsi egli stesso la morte assieme ad Eva Braun. Al contempo la sua vera pena nel morire anzitempo era non aver sterminato completamente gli ebrei. A volte non so cosa pensare. So che quei ‘venti minuti per lasciare la tua casa’ e finire ad Auschwitz continua a risuonare dentro di me. Il Male ci assedia. Un ebreo, Kafka, che presentì la bestia, scrisse: il tragico nella vita è che ognuno ha le sue motivazioni. È in quelle motivazioni che si annida il barlume di umanità di cui ogni uomo, anche il più criminale dovrebbe essere dotato? Quando getti in aria un bambino appena nato e gli spari, e getti la madre nel gas, per poi bruciarne i cadaveri che risposte puoi dare? Cercare barlumi di umanità nei carnefici è offendere le vittime. Ne Il silenzio degli innocenti Clarice è diventata cacciatrice del male per non sentire più il grido degli agnelli sgozzati. L’umanità dei carnefici che si è nutrita non solo di hitler ma anche di heidegger non rende muti gli innocenti. Dei 1022 ebrei romani, tra loro 200 bambini, tornarono in diciassette, fra cui una sola donna. Nessun bambino.
Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo.
Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero, anzi a volte siamo loro: a una festa, divisi in mezzo alla gente, ci troviamo ad esprimere le loro opinioni, i loro gusti in fatto di libri e cucina, a raccontare episodi che non sono nostri ma loro. Li osserviamo quando parlano e quando guidano, notiamo come si vestono e come intingono una zolletta di zucchero nel caffè e la guardano mentre da bianca diventa marrone, per poi, soddistatti, lasciarla cadere nella tazza. Io osservavo la zolletta di mio marito tutte le mattine: ero una moglie attenta.
Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena. Risalire all’originale è impossibile. E pur avendo visto tutto quello che c’era da vedere, che cosa abbiamo capito?
Una mattina ci svegliamo. Accanto a noi, nel letto, il corpo familiare che dorme: uno straniero di tipo nuovo. A me è capitato nel 1953. Lì, a casa mia,ho visto una creatura che aveva la faccia di mio marito solo grazie ad un sortilegio.
Forse un matrimonio non si vede, un po’ come quei gigantesco corpi celesti che sfuggono all’occhio umano: lo si può monitorare solo in base alla forza di gravità, all’attrazione che esercita su tutto ciò che lo circonda. Mi sembra di doverlo scrutare così, il matrimonio, con tuti i suoi fatti nascosti, le sue parti segrete, perché finalmente mi si riveli, lontano, ruotando come una stella oscura.(A.S.Greer)
Oggi è il giorno in cui iniziano le mie vacanze. Dal lavoro e da altre cose. Perciò me ne stavo lì al sole e, potrebbe sembrare strano, fischiettavo un pezzo del clavicembalo di Couperin, del terzo libro, quello detto Les Roseaux. Pensai così, del tutto casualmente, ad un filosofo che amo molto, Spinoza, a come si era sempre personalmente sottratto in qualche modo all’amore pur parlandone molto. Seguendo il filo delle mie suggestioni ebbi chiara, come sovente capita, la sua moderna consapevolezza che la passione è una nevrosi che può essere trasformata, dalla conoscenza, in qualcosa di armonico, di terapeutico, di dinamico. Ma questo è anche quello che ci insegna la psicanalisi. Con un certo orgoglio pensai che sia Spinoza che Freud erano ebrei. E che sarei andato a passare qualche giorno in montagna nell’albergo in cui andava spesso il padre della psicanalisi. La passione accecante che diventa strumento di conoscenza era ciò che mi era accaduto. Al punto che avrei potuto dire, come Werther a Lotte, “che vi importa se vi amo?”. No, qui c’era qualcosa che non tornava. Per la ovvia ragione che il giovanotto si era ucciso. Ma Werther non si era in realtà ucciso per amore, ma per dare fama a Goethe. Ero angosciato e sereno. Camminavo, come sempre, sul sottile confine che separa la follia dalla buona sorte. Capii che agosto sarebbe stato un mese intenso. Di resistenza e resa. E ricordai che Spinoza era morto a 44 anni di tubercolosi, libero.
Come antoine doinel lei era infaticabilmente spartita tra il fuggire e il ritornare. Tra l’aperitivo in centro e l’angolo remoto di una libreria. Tra una festa dell’unità e un concerto di savall. Tra un magazine di musica pop e la chiose dell’Etica di baruch. Tra un cartoon e lost in translation. Aveva permesso che un uomo si mettesse sul suo cammino e la provvedesse di un destino, ma il sorriso dei suoi grandi occhi askenaziti segretamente gemeva e l’assaliva la febbre… Io pensavo che questo dipendesse dall’incontro che facciamo tutti ad un certo punto della nostra vita con la morte. Ne era rimasta talmente spaventata che aveva fatto un patto con l’avversario preferendo un rifugio sicuro al pericolo incombente del camminare sulla crosta sottile che può spezzarsi rivelando la nostra follia più quieta. Tutto ciò aveva un prezzo: non sarebbe mai stata interamente felice se non nel venir su dei suoi figli, o durante certe mattine silenziose d’ozio quando sola nella sua grande casa pensava al riso di bergson, allo stormire misterioso delle foglie in un film di tarkovskij (è il vento improvviso o il fiato di ciò che ci tormenta?), al segreto rivelato ai pochi e che chiede solo d’essere contemplato del bianco&nero di bresson. Alla grazia paradisiaca del suo perfetto tiramisù. La sua evidente intelligenza e sensibilità a tratti fin troppo eccessiva e foriera della perfetta nostalgia balzava agli occhi persino dell’ammaliato filisteo perché riusciva, cosa affatto semplice, ad avere parole e nomi per ogni cosa. Decifrava i segni. Il disegno armonico dei cerchi musicali fin alla vertigine del terzo. L’incedere del contrappunto più spericolato, quello dell’ultima fuga a tre soggetti a quattro voci. Annodava nel suo indice destro il filo rosso che tiene uniti i destini delle idee e della malinconia. E anche il mio. Ella infine si rivelò, e, come sommessamente sussurra l’amante sublunare, poterono aprirsi “le porte dell’iconostasi”. Sbagliavo ad allontanarmi dalla sua semplicità sollecitandola alla mistica della nostra yeshivà. In lei infatti era semplice ogni cosa come per l’estensore sumero perché negava od elaborava dolore e il quotidiano che avrebbe dovuto fiaccarla le dava invece forza e metodo. Era quindi ebrea senza volerlo. Il suo cuore lo era, e dal suo cuore il sangue fluiva purificandosi dalle arterie polmonari fino a me nell’incanto della sua fisiologia. Molte volte guardandola, e spesso di nascosto, pensavo a lei come ad una colomba. Così mi veniva in mente una piccola storia midrasica dove si raccontava che per punire l’imperatore tito della distruzione del tempio d-o aveva inviato un moscerino che entrò nel suo naso e raggiunse il cervello. Tormentato alla fine tito si fece aprire la testa e i medici vi trovarono una giovane colomba. Gioiosa e funerea yonah. Ma lei era soprattutto la yonati, la fertile colomba di shir hashirim, e non solo la colomba di tito, o di isaia. Si naviga per tutti i mari della terra per sfiorare una mano, è detto nello zohar, e spesso ciò che ci salva è ciò che poi ci annienterà per sempre. Tuttavia la dolcezza della sua voce china su di me è ciò che viene detto nel nostro libro: ogni cosa è illuminata, da te.
Stamani tu dormivi ancora quando mi sono svegliato. A poco a poco uscendo dal sonno ho sentito il tuo respiro leggero e attraverso i capelli che ti nascondevano il viso ho visto i tuoi occhi chiusi e ho sentito che la commozione mi saliva alla gola e avevo voglia di gridare e svegliarti perché la tua stanchezza era troppo profonda e mortale. Nella penombra la pelle delle tue braccia e della tua gola era viva e io la sentivo tiepida e asciutta; volevo passarvi sopra le labbra ma il pensiero di poter turbare il tuo sonno e di averti ancora sveglia fra le mie braccia mi tratteneva. Preferivo averti così come una cosa che nessuno poteva togliermi, nemmeno tu. Ero il solo a possedere una tua immagine per sempre. Oltre il tuo volto vedevo qualcosa di più puro e profondo in cui specchiarmi, vedevo te in una dimensione che comprendeva tutto il mio tempo da vivere, tutti i miei anni futuri e anche quelli che ho vissuto prima di conoscerti ma già preparato ad incontrarti. Questo era il piccolo miracolo di un risveglio: sentire per la prima volta che mi appartenevi non solo in quel momento e che la notte si prolungava per sempre accanto a te nel caldo del tuo sangue, dei tuoi pensieri, della tua volontà che si confondeva con la mia. E in un attimo ho capito quanto ti amavo ed è stata una sensazione così intensa che ne ho avuto gli occhi pieni di lacrime. Era perchè pensavo che questo non dovrebbe mai finire, che tutta la nostra vita dovrebbe essere come il risveglio di stamane, sentirti non mia ma addirittura una parte di me, una cosa che respira con me, e che niente potrà distruggere se non la torpida indifferenza che sento come l’unica minaccia. e poi ti sei svegliata e sorridendo ancora nel sonno mi hai baciato e ho sentito che non dovevo temere che noi saremo sempre in quel momenti uniti da qualcosa che è più forte del tempo e dell’abitudine…
T. Blanchard: Double Happiness, from soundtrack 25th hour (per il mio amico Mario P.)
Non ci sono scorciatoie, nell’amore e nella vita… e questo dolore deve essere provato tutto. L’alternativa è di gran lunga peggiore. È ciò che ci rende speciali, ciò che ci rende belli, che ci rende meritevoli. È il dolore di quanto amiamo. Ma quel dolore è accompagnato da qualcos’altro, non è vero? Speranza. Con il tuo dolore c’è speranza. Ed è lì che tu ti trovi. Da qualche parte tra l’angoscia l’ottimismo e la preghiera. Dunque tu sei umana, tu sei viva. E questo è ciò che abbiamo.
In itaglia la religione non è mai stata un fatto personale ma una questione politica. È uno dei molti motivi che ci fa obbligo e dovere odiare il nostro paese. Purtroppo lo stato ha da tempo abdicato (quale nostalgia per cavour e la cacciata delle tiare dal quirinale!) al suo ruolo di custode e garante della laicità che afferma che ogni cittadino deve obbedire alle leggi indipendentemente da quali siano le sue convinzioni religiose. Lo stato laico dovrebbe quindi garantire che non esiste una sola verità, e tanto più che la verità non viene propriamente da d-o, o che i soli interpreti di questa verità sono i preti. La cosa che più mi rattrista nella vicenda di Eluana Englaro è la pervicace cattiveria e l’ipocrisia con la quale un fallimento storico e filosofico chiede di essere trasformato in una vittoria. Il fallimento è quello dell’impossibilità di risvegliare eluana dal coma così come con convinzione si narra fece gesù di nazareth con morti e ammalati in palestina duemila anni fa. L’accanimento con il quale non si vuole abbandonare il povero corpo di Eluana al suo destino fisiologico è ciò che resta della speranza tutta ideologica in una impossibile parusia. È la non accettazione quasi criminale della realtà delle cose. Ma crediamo veramente ad esempio che se un papa si fosse trovato in questa situazione qualcuno non avrebbe pietosamente staccato il sondino? È tollerabile per una famiglia, per una comunità, sapere che c’è il corpo di una donna che chiede solo di essere per un ultimo istante persona, e avere la dignità del finire, cui viene negato, in spregio ad una sentenza di un organo supremo dello stato, di spegnersi in pace per soddisfare un postulato ideato da uomini che vivono con una tonaca addosso?
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Pinter è morto il giorno di natale. Era un uomo ricco di fascino e d’intelligenza. Non perché un abbietto personaggio di No man’s land fa di cognome Wetherby, o perché il cricket sfila nelle sue evocate immagini in una terra che è sempre passato, un altrove. Noi siamo sempre in terra d’esilio. Mi viene in mente, e quasi nessuno, lui per primo, lo dice, che Pinter veniva da una modesta famiglia ebraica di Hackney. Un esilio. Senza voler essere a tutti i costi sionisti. Ma i suoi lavori, tesi come una corda fra l’assurdo e la minaccia, evocano l’esilio, e il dolore, che solo la smisurata intelligenza dell’autore riesce a rendere sopportabile. Non cerca come Mc Ewan nessuna giusta ricompensa per i suoi personaggi, rimane con ostinazione chirurgica sul tessuto della parola, e sui suoi molteplici e ambigui significati: ognuno di noi recita da primattore una parte da comprimario. Il nostro linguaggio, dice Pinter, ci maschera, maschera la nostra nudità, e sempre, e persino quando regna il silenzio, allude all’altro linguaggio, quello vero, quello che abbiamo scelto per escluderci, e che mai diremmo, forse nemmeno al nostro vero analista, la morte, che con esso coincide. Ma questo è stato in ogni modo sviscerato dai critici, ed è valso a Pinter il premio Nobel. Una sua famosa piece diventata anche un film, Tradimenti, procede con un canone inverso: così noi compendiamo quale sia la differenza fra ciò che viene ricordato e ciò che è realmente accaduto in quel prima. L’ossessione per il passato come terra straniera in cui tutto è accaduto in modo diverso è il tema di molte sceneggiature e di quell’ultima che avrebbe potuto forse diventare un immenso film con Losey: La Recherche. Purtroppo Losey ci lasciò anzitempo. Il suo sodalizio con il più europeo dei cineasti americani ci ha dato comunque il privilegio di tre capolavori: Il Servo, L’Incidente, e Messaggero d’amore. Senza nulla voler togliere a Losey sono tre film sulla parola e sul silenzio. Concetti molto bergmaniani, e dreyeriani mi verrebbe da dire. Ma mentre i due registi citati affrontano frontalmente temi e discorsi per una sorta di vocazione alla chiarezza del proprio interiore, Pinter ne fa dei monumenti alla assurda chiarezza dell’ambiguità e di un’impossibile nostalgia per il vero paese da cui cioranianamente noi veniamo: il nulla. Tranne per il cricket.
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Bach, Chorale Prelude BWV 639 Ich ruf zu dir, esegue Yo Yo Ma
D’estate il governo del nano di arcore è appena appena sopportabile; ma in autunno, con la pioggia, e le foglie che marciscono nelle strade, con le città bloccate dall’idea del maltempo (in itaglia basta solo un vento di scirocco per fermare tutto) è insopportabile. Insopportabile. Mortale. A volte in politica sono rancoroso e sprezzante ma non c’è l’ho con il nano, prego solo (un breve shemà nell’ardua lingua delle madri) ogni giorno che muoia, e basta; cellò con quelli che hanno prima permesso al nano di pareggiare le elezioni; poi che hanno fatto la guerriglia a prodi ogni giorno, che lo hanno ricattato, e poi fatto cadere. I vari bertinotti diliberto pecoraro mastella e compagnia cantando che portano, essi soli, la responsabilità di ciò che avviene. Ieri a piazza navona sto governo ha mostrato veramente di essere formato da stupidi, e da cinici. E come molti sanno il cinismo e la stupidità messi insieme sono la più deleteria miscela per l’animo umano. Nonostante tutti gli appelli e gli ammiccamenti che vanamente le vengono dai democratici la polizia e i carabinieri rimangono al servizio del governo di destra; è andato in scena a piazza navona con grande successo il vecchio copione dei disordini di piazza per scardinare l’immagine pacifica degli studenti; e dopo piazza navona ieri a matrix ho visto mentana dare il meglio di sé nel suo modo raffinato di fare il servitore senza sembrarlo: il peggiore, perché la gente sprovveduta mica sa chi ha davanti (ho amato vespa che invece parlava del solito delitto). Mica immagina, troppo arduo, troppo inquietante, leggente, che se uno è stipendiato, in itaglia, difficilmente farà le pulci al padrone… ad un certo punto si iniziò a dire che avere le tv non è decisivo nell’agone politico. Quelle stesse tv (incroyable!) organizzarono dibattiti su questo tema e sancirono ufficialmente che avere le tv non ha fatto vincere il nano trapiantato. Che a votare lo psiconano fu la gente perché il detto nano sapeva parlare schietto e semplice. Soprattutto in modo sincero. Se uno dice che le tv sono il motore del nano bagonghi di arcore viene appeso per le palle, o messo alla gogna. Ma è del tutto evidente, senza essere dei semiologi, che le tv non solo fanno vincere, ma sono decisive nel restare al potere, così com’è stato il criminano per quindici lunghi anni.
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Bush figlio fu da giovane uno scavezzacollo e anche la pecora nera della famiglia. Si possono immaginare, in questo contesto, le liti furibonde con il padre che non si capacitava di avere messo al mondo un deficiente simile (che visto il padre è tutto dire). La paura del fallimento esistenziale che avrebbe significato diventare un reietto lo salvò, ma condannò tutti noi; era meglio che finisse alcolizzato e dimenticato. Smise di bere e una smisurata ambizione si fece strada fra gli stentati neuroni, umiliati da papà. Mister W. quindi si convertì e grazie ai suoi soldi e al prestigio familiare divenne governatore del Texas. Bush padre non riusciva però a perdere la diffidenza nei suoi confronti al punto di non riuscire a guardarlo negli occhi. Probabilmente lo disprezzava. O lo temeva. Ne temeva il lato borderline che avrebbe portato male alla famiglia. Invece in virtù del fatto che Bush padre era diventato presidente alcune persone del suo entourage provarono a scommettere su questo ragazzo che sembrava loro abbastanza manipolabile. Gli dissero che sarebbe diventato più bravo e famoso di suo padre, che era l'unica cosa che gli poteva veramente interessare. I due erano il gatto e la volpe, Cheney e Rumsfeld che solleticarono la vanità di W. facendogli credere che per essere più importante del genitore doveva essere a capo di un impero che dominasse il mondo. I danni che questi tre hanno provocato sono irreparabili. Tuttavia a differenza di Nixon che aveva una sua statura tragica perché aveva cognizione dei suoi errori, e ne era tormentato, Bush il giovane rimane inesorabilmente un bullo idiota con il pollice sul pulsante rosso. Una specie di stranamore a cavallo della bomba. Suo padre lo disprezza ancora, lo si vede chiaramente quando i due, anche se di rado, si ritrovano affiancati. L’endiadi massima di questo clown aggressivo, un clown bianco direbbe Fellini, avviene quando, mentre sta parlando a dei bambini in una scuola, viene avvertito in diretta dell’attacco delle Twin Towers. È un pezzo di comicità irresistibile. Purtroppo. Questi tipi di uomini, pur non avendo nessuna dote intellettuale od etica, attraggono gli elettori che ne vengono affascinati, o meglio, ipnotizzati. La Palin è uguale a mister W.. Un'esaltata pericolosa degna di stare in Fargo. D-o non voglia che vinca. Anzi purchè non vinca farò un patto con il Signore.
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uso queste parole di Carlo De Benedetti per esorcizzare il premio dato da Karen Yashod a B.
Recentemente sono stato in America e per la prima volta da molti anni nessuno mi ha chiesto nulla del nostro paese. Con la sola eccezione del nostro passato se arrivasse uno tsunami nessuno si accorgerebbe che non c'è più l'Italia.
vivaldi,allegro dal concerto in sol minore per 2 violoncelli, archi e continuo
Così invece della rapina legalizzata guidata dal Satrapo ai nostri danni grazie alla Cai (Compagnia Aerea Italiana, sic!); degli esami d’avvocato della Gelmini fatti in Calabria “io sono esclusivamente per il merito!”, (pour Le Merit, come la massima onorificenza bellica tedesca); della coppa Volpi data ad Orlando a Venezia (4 mediocri film italiani in concorso e nessuno al traguardo se non l’attore della sfiga, per la ragion di Stato); noi si ricorderà invece le lente giornate nell’incantevole Bath dove re Giorgio amava fare i bagni e Jane Austen la scrittrice del riserbo e del non detto aveva scelto a cornice dei suoi libri più belli; il the preso alla pump rooms dello stabilimento termale, sfogliando un libro del caro Somerset, in questo caso Schiavo d’amore, cullati dalla musica di Bach (fuga di sant’Anna in mi bemolle maggiore) o di Purcell; le passeggiate in Park on Avon, e le ore d’ozio pensando che era un buon posto per vivere in un giorno in cui l’idea di morire non sarebbe affatto stata disdicevole. Un anno o l’altro invece di fare il giro dei musei o il pellegrinaggio bachiano in Turingia fino a Lubecca passando per Lipsia si farà il gran tour delle cittadine termali europee. Si fingerà di non dover lavorare e nemmeno di dover rientrare in Italia immaginando che il nostro mondo si è fermato esattamente al 1963, quando dopo aver battuto Nixon nelle presidenziali finì assassinato a Dallas. Quanto alle isole greche è ormai impossibile pensare di farla franca se persino Astypalea quest’anno era invasa da barche italiane. Per molti mattini, svegliandomi, ho creduto di essere (ma solo per qualche istante) invitato a colazione da Ian Fleming in compagnia di Noel Coward; e lì vi avrei trovato Olivia Sturgess e il critico letterario Francis Albany; ancora immerso nel dorato dormiveglia del mio hotel sento ancora la sua voce che mi chiede notizie recenti dei fari degli Stevenson in Scozia. Gli inglesi non hanno ceduto quando i nazisti li hanno sconfitti in Francia. Hanno tenuto duro. E per questo noi siamo qui a raccontarla. Però non se ne sono mai vantati. E hanno, naturalmente, inventato il cricket.
wenn wir in hoechsten noeten sein, Bach, da Hewitt
La differenza che corre fra la donna archetipo e la donna stereotipo non è mai piuttosto evidente. Le differenze si individuano attraverso le scelte di gusto che ciascuna fa. Tutte e due possono stare in un salotto per ricchi, sul lettino dell’analista o dietro una scrivania a rispondere al telefono. Possono anche stare davanti ad un quadro di Rembrandt ma senza realmente capire l’altro luogo da cui provengono. Possono essere innocenti, orfane, martiri (le peggiori, quelle che recano cristologicamente su di sé il peso del mondo e degli errori che guarda caso fan sempre gli altri); ma anche viaggiatrici, guerriere, maghe. La donna archetipo è irrisolta, quella stereotipata crede di essere compiuta mangiandoo della tartare di tonno, e comunque ci spera. Le donne archetipiche non hanno mai le tette grandi, bensì i fianchi leggermente larghi, lo sguardo macchiato di nero nel verde, o d’oro nel nero; quelle altre sono ragazze da bar che sognano mattini liberatori, vacanze, e ad un certo punto botulini salvifici. Gli stereotipi attraversano il censo e i mariti in modo democratico. Questi ultimi, i compagni, sono il vero dna della donna semplice e prevedibile. Guardate i mariti e i morosi e saprete chi sono veramente queste donne. Ciò che hanno sperato, e che hanno immaginato. Anche le madri. Le donne stereotipo sono uguali alle madri e alle nonne. Se vi fate invitare a cena avrete davanti la storia della femmina di cui vi siete stupidamente invaghiti. Le donne archetipo sussurrano anche nella vittoria, le altre strillano e poi non perdonano. Leggono libri che credono di capire e dicono sempre che fra la letteratura e la vita c’è una evidente differenza. La donna archetipo invece sa che non è così, e mai direbbe una simile stupidaggine. Non ha madre, la donna archetipo, a volte solo il padre, quando il padre non ha normalmente desiderato la loro vulva per spartirla con la solitudine della propria morte imminente. Stolide e lignee come noiose madonne di montagna le stereotipate scambiano un po’ d’acume per la decrittazione di sé e del mondo. E la loro forbita dialettica per lucidità. Parlano parlano parlano. L’archetipo è laconico perchè è così profondo che trova di rado un interlocutore. Naturalmente le donne archetipo mi amano, quelle stereotipate no.
E come cammina. Non fa mai caso all'immagine che di sè proietta e questo le dona grazia e carattere. Metterà le mutandine in bagno ad aciugare? E saranno di cotone o di pizzo? Forse non conoscerà l'incipit della Guida dei perplessi, ma ma cita i dialoghi di Jane Austen e la prosa di Maugham. Ha l'ottusa bellezza della giovinezza, e anche la sua scaltrezza. E per me clinico osservatore del carnevale umano la sua delicatezza di tocco è come l'archetto del signor di Sainte Colombe sulla viola da gamba. Qualunque cosa tu dica è troppo tardi, ha sussurrato. Irresistibile.
hinach yafah, the idan raichel project
Un giovane bruttissimo dal volto affilato corre in groppa alla sua moto ripreso in primo piano quasi cercando l’aria in una sorta di esaltazione. In montaggio alternato, ma di notte, dei cavalli lanciati allo spasimo su una pista. Il paragone-metafora non mi è piaciuto perché l’uomo bruttissimo sta andando ad uccidere Salvo Lima. I cavalli invece lottano contro i propri limiti sferzati dal fantino. Ma tant’è, è visivamente efficace, la musica a palla, una perfetta pubblicità per una moto. Nel film di Sorrentino è il cinema a cercare la musica, le musiche, percussive, o in alternativa Faurè su rallenty. Forse sto vedendo un video per Mtv. Macchine da presa che danzano, che piovono dai soffitti barocchi dei palazzi del potere (ma il potere non si percepisce mai), che tagliano le scene, che scelgono a caso i personaggi di un dramma che non c’è; luci chiesastiche da postcaravaggeschi, ombre, fughe di porte e saloni, personaggi marionette fastidiosamente felliniani; ne sono testimonianza le soggettive in grand’angolo, esasperazione delle inquadrature del maestro riminese. Un teatro barocco, e persin visionario se si vuole, in cui la ritualità dovrebbe mostrare, e svelare, l’ineluttabile, il passo cadenzato inesorabile del potere (che ancora una volta non si percepisce). Al delirio immaginativo dovrebbe far da prosa la voce fuori campo del mostro democristiano, o le scritte over screen, che portano il povero spettatore con meno di quarant’anni e magari non italiano, sulla via della comprensione. Una lunga striscia forattiniana tridimensionale assolutamente inefficace, velleitaria che è suprema solo in qualche frangia. Così come non mi era piaciuto l’irritante Todo Modo di Petri, sulla Dc, e su Moro, così mi ha lasciato insoddisfatto l’espressionismo del napoletano Sorrentino che si rifà a Petri. Tanto spreco di talento e di soldi per un documentario su un attore? Sulla bravura funambolica di un regista? Perché questo è alla fine, il Divo. Il divino Servillo. Prevedo molti david. Sorrentino ha molti più amici, che nemici.
42, Coldplay
La tecnica (e i tecnici) non decifra interamente la semplice complessità attraverso la quale i grandi artisti ci parlano dal luogo dove "ogni cosa dalla memoria è illuminata". Altrimenti la maggior parte di essi non sarebbe quasi morta di fame nè avrebbe trascorso parte della vita a inseguire i committenti per cavar fuori qualche ghinea. Si penetra negli strati magnifici della conoscenza solo ad un certo punto della nostra vita. Questo fatto avviene spesso senza che ce ne rendiamo conto al punto tale che ci troviamo addirittura a combattere contro le nostre intime in-certezze; fino a che non accettiamo il fatto che in noi si è depositata una mano di quella stessa follia di chi l'opera la intraprese un dato giorno della sua esistenza. Aderendo intimamente all'artista noi ci troveremo in uno stato di separatezza persino dalle persone che abbiamo creduto fin lì di amare. Perchè mentre l'amore per le persone, o per una donna, è connaturato alla nostra biologia; l'amore per la bellezza e per l'arte è un dono che si deve meritare, come la grazia. Quasi sempre ho desiderato, dopo averne goduto più volte, che i musei che custodiscono le opere di Rembrandt, fossero distrutti, o dal fuoco o da altro. E che l'uomo si scordasse come si progetta e si suona un pianoforte. Sempre ho desiderato non rivedere come avevo speso i miei sentimenti. Male.
All Alright, Sigur Ros
Gli manca un respiro per essere un capolavoro, ma finalmente posso parlar bene di un film italiano. I brutti sporchi e cattivi di napoli e dintorni sono solo una parte d'itaglia ma il loro morbo invade tutto il resto. Nessun paese può aspirare alla felicità avendo il ventre a scampia. Nessuna moglie di Lot, allontanandosene avrebbe la tentazione di guardare indietro. Nessun luogo è sicuro per noi, i veri stranieri di questo stolto paese.
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Questo brevissimo racconto di Kafka potrebbe essere posto come sesta meghillot nel Libro. La collana è dei nostri stupori adolescenziali al collo di ogni Sulamith
L’imperatore – così si racconta – ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero al letto, sussurrandogli il messaggio all’orecchio; e gli premeva tanto che se l’è fatto ripetere all’orecchio. Con un cenno del capo ha confermato l’esattezza di quel che gli veniva detto. E dinanzi a tutti coloro che assistevano alla sua morte (tutte le pareti che lo impediscono vengono abbattute e sugli scaloni che si levano alti ed ampi son disposti in cerchio i grandi del regno) dinanzi a tutti loro ha congedato il messaggero. Questi s’è messo subito in moto; è un uomo robusto, instancabile; manovrando or con l’uno or con l’altro braccio si fa strada nella folla; se lo si ostacola, accenna al petto su cui è segnato il sole, e procede così più facilmente di chiunque altro. Ma la folla è così enorme; e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all’aperto, come volerebbe! e presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle; e anche se gli riuscisse non si sarebbe a nulla; dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla: c’è ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo e così via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dell’ultima porta – ma questo mai e poi mai potrà avvenire – c’è tutta la città imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tanto meno col messaggio di un morto. Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera.
Israele compie sessant’anni. Ho capito non molti anni fa che la mia commozione causata dalla musica dalla letteratura dal cinema dalla pittura insomma da quel misterioso momento che chiamiamo bellezza e verità ruota da sempre attorno all’indicibile ferita inferta al popolo ebraico. Come se a ciascuno di quei sei milioni di soli, traditi, io dovessi per debito e risarcimento affidare la nostalgia di ciò che non avevano più potuto avere. A Babi Yar, così come a Zitomir e in mille altri inferni, loro andarono senza chiedere, incontro al massacro, come innocenti dalla bocca sigillata. I loro carnefici badavano a non inquietarli, a fargli trovare in faccia la fine all’ultimo secondo di vita, improvvisamente, così che, storditi, attraversati dall’orrore dei tanti già sgozzati stesi davanti a loro come un tappeto di carne e lamento, e i figli piccoli avvinti a loro in un moltiplicato tormento, non potessero rivoltarsi. Israele nasce anche da questo. Che non vi potesse essere più uno con un bastone che percuotendoti la schiena ti spinge verso i calanchi di Babi Yar o nelle docce dello ziklon b, nella vertigine di un inferno come mai era stato concepito. Israele è stato ciò che i loro occhi smisero di guardare, il respiro che si fermò, la nudità impudica che furono costretti a esibire davanti ai carnefici. Israele è anche Balthazar il cavallo balcanico che salvai dal macello. Israele è tutti noi commossi, per la bellezza, e la verità. Israele è una piccola magen dawìdh dorata che brilla sul tuo lobo goy.
cara silvia, consiglio lo studio dell'alfabeto ebraico per contrastare la desolazione; e prepararsi alla lettura integrale di shirhashirim nelle cui pieghe si indugierà, con calma, come assaporando il vino vecchio, l'olio nuovo, i porti, l'occhio di un cavallo, l'essere nella perfetta solitudine di una fuga a tre voci... invece fare attenzione a osea e a gomèr, la puttana, a non cadere nella trappola della lamentazione anche a partire da un bel paio di tette; essere virili nell'afflizione, non dare nessuna soddisfazione al nostro avversario.
bach, preludio della suite n.1 per violoncello solo; esegue Yo Yo Ma
La brigata ebraica composta di 5000 volontari ha combattuto in Emilia Romagna a sostegno delle formazioni partigiane e partecipando alla liberazione di molte città di quella regione. Era formata da ebrei provenienti dalla Palestina, e da tutto il resto del mondo.
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Gould esegue la variazione 30, quodlibet, delle Goldberg (1981)
Una sera qualcuno mi trascinò a vedere caos calmo. Non gli ho ancora rivolto la parola da allora. Ora leggo che questo film brutto e inutile, così come il romanzo da cui è tratto, è candidato a 18 nominations per i david di donatello, il maggior premio (sic!) del il cinema italiano (sic!). Sorprende? No. Il prossimo anno toccherà a Sorrentino con il suo film su Andreotti. Una mia amica ha letto la sceneggiatura e mi ha detto che è molto bella. Però è la stessa che mi portato a vedere caos calmo.
Ho scaricato una nuova serie tv che si chiama in treatment. Il format è israeliano, BeTipul (Haaretz: “la più importante serie drammatica mai fatta da Israele, prova che il minimalismo in televisione può generare la massima qualità”; Maariv: “la cosa più simile alla letteratura che si può trovare in tv”; Yedioth Ahronoth: “i più sublimi e fini dialoghi mai visti sugli schermi israeliani”). Sono 45 episodi ognuno di venticinque minuti ed è molto semplice: uno psicanalista interpretato dal sulfureo Gabriel Byrne incontra dei pazienti. I pazienti sono quattro, ogni puntata ne incontra uno diverso; più una supervisor che incontra lui stesso. La storia procede così fino all’esito finale di ognuna delle storie. Ti inchioda sulla sedia. È come essere dentro quello studio, essere di volta in volta, l’analista, ma anche i pazienti. Questa serie quante nominations meriterebbe? C’è un piccolo capolavoro, anche questo israeliano che gira in questi giorni. Mi ha ricordato il primo film di Kusturica, l’unico che mi sia piaciuto, Ti ricordi di Dolly Bell? Il film s’intitola La Banda. È una banda musicale egiziana in alta uniforme che deve presenziare all’inaugurazione di un Istituto arabo di cultura in Isreale. Però quando arriva nel luogo deputato non trova nessuna autorità ad attenderli, e il gruppo si perde nel deserto giungendo infine in un piccolo insediamento di coloni ebrei. Il tono è quello della commedia amara, ma è un film di una bellezza stupefacente. Quanti david? Quanti, david?
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Ognuno ha le sue maniere per dimostrare quanto vale. Ed esistono più livelli di lettura per un film così complesso come No country for old men. Quello più terra terra ci dice che è un gran film; quello intermedio che si tratta di una pagina biblica; quello più alto ci riporta al giorno della nostra nascita, al vomito di d-o. I Coen, che sono ebrei, e si prendono sempre relativamente sul serio, ma hanno il dono dell’elusività, raccontano da Cormac Mac Carthy in un modo che nessuno sa fare. Le cose stanno così. Fateci pace. Chi fa film come Fargo e come No country for old men sfugge al comune senso del giudizio, e respinge ogni esegesi. Poi con comodo, un'altra volta, riparleremo di Tommy Lee Jones.
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Dietro ogni romanzo c’è il desiderio di riscrivere il passato. Il ruolo giocato dalla memoria è fondamentale. Espiazione è un romanzo sulla memoria, e sul pentimento. Ma anche sulla straordinaria possibilità-capacità che ha la letteratura di tenere in vita ciò che in vita non è più. Anche con la menzogna, che importa? Così gli ultimi dieci minuti di questo film bellissimo, e per molti versi definitivo, tratto dal romanzo di Mc Ewan, sono decisivi per comprendere non solo il senso di questa storia ma di un’intera vita. E del ruolo che la letteratura, il romanzo, vi svolge: “Io ho restituito loro la giusta felicità” dice Vanessa Redgrave, la scrittrice che quando era poco più che tredicenne impedì crudelmente a sua sorella e all’uomo che amava di avere ciò che la vita aveva loro promesso. È una storia sul male che facciamo alle persone, a volte volutamente, a volte senza saperlo, o volerlo, e come questo male cambia la vita di queste persone. Ma se basta appena alla scrittrice, che sta perdendo la memoria, l’aver espiato in questo modo il male arrecato, passa attraverso i nostri occhi la straziante infelicità di ciò che non potrà più essere; ciò che è accaduto, e si è guastato, non si può in alcun modo riavere. Ogni vita è unica, e unicamente, e misteriosamente, sprecata. E questo nessun romanzo, e nessun d-o, potrà risarcire. Il romanzo mi aveva molto colpito, ma il film ha fatto sì che mi mettessi a piangere. Ero in treno, e ho trovato rifugio nella toilette.
van morrison, shenandoah